Gli “influencers” ed il sassolino

Gli “influencers” davvero famosi sui social sono davvero pochi, possiamo dire un centinaio nel mondo?
Ma dietro a loro ce ne sono migliaia, forse decine di migliaia, che annaspano nel tentativo spesso infruttuoso di attirare solo un po’ della nostra attenzione.

E così fanno qualsiasi cosa pur di elemosinare un “like”, che viene regalato insieme ad uno sguardo di 5 secondi, come quando cammini per strada e ti accorgi di un sassolino dalla forma strana, ma poi continui a camminare e te ne dimentichi dopo pochi passi.

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Ateismo

Ho un amico ateo, il quale mi dice che essere ateo non significa disprezzare la religione.
Tutt’altro: lui ne ha un profondo rispetto, non bestemmia, non dice parolacce, e rispetta tutti i credenti.
Questo è essere ateo: non si deride chi prega, non si sminuisce chi cerca di dare un significato alla propria vita guardando all’aldilà.

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Saturday Pop. Daft Punk con Pharrell Williams e Nile Rodgers: “Get Lucky”

Cocktail “Get Lucky”.

Ingredienti:
1/3 Daft Punk, con base elettronica
1/3 Pharrell Williams, con la voce inconfondibile
1/3 Nile Rodgers, con la chitarra ritmica

Preparazione:
Girare alcuni brevi spot promozionali di 15 secondi facendo intuire che ci sia un grande progetto musicale in arrivo.
Lasciare carta bianca a Nile Rodgers per i riff della chitarra.
Coinvolgere Pharrell anche perché si è autoinvitato alla composizione della canzone.
Aggiungere un sound “funky”.
Miscelare per bene con il sound dei Daft Punk, lasciando da parte – almeno per questa canzone – i consueti campionamenti.

Anno 2013

I Daft Punk conoscono Rodgers già da parecchi anni, si sono promessi più volte di collaborare insieme, ma i 2 mondi – elettronico quello dei Daft Punk, funky quello di Nile Rodgers – sembrano incompatibili tra loro.
L’occasione però sembra arrivare.
Durante la registrazione del loro 4° album “Random Access Memories” i Daft Punk si trovano negli “Electric Lady Studios” di New York, che non solo si trova nelle vicinanze di dove Nile Rodgers era nato e cresciuto, ma sono gli stessi studi dove gli “Chic”, il famoso gruppo cui apparteneva lo stesso Rodgers, aveva registrato i primi brani di successo.
Fu così che Guy-Manuel de Homem-Christo e Thomas Bangalter – i 2 Daft Punk – decisero di invitare Nile negli studi, il quale fece loro visita e rimase affascinato dal demo di “Get Lucky”.
Nile chiese ai Daft Punk di consegnargli la demo ma togliendo le tastiere e lasciando solo la base ritmica, in modo da essere più libero ad aggiungere la sua parte con la chitarra. Una volta registrata la sua parte, Nile riconsegnò il nuovo demo ai Daft Punk i quali re-incisero il brano partendo proprio dalla chitarra di Nile.
Nel frattempo Pharrell Williams, ad una festa, venne a sapere della collaborazione in atto tra i Daft Punk e Nile Rodgers. Da sempre loro grande ammiratore, Pharrell di fatto si autoinvitò in questa collaborazione, facendo leva anche sulla amicizia con i Daft Punk, con i quali aveva già collaborato in passato.
“Vengo anche solo per suonare il tamburello” disse loro.
In realtà il suo contributo fu ben maggiore, non solo scrivendone ed adattandone il testo, ma poi cantando il brano.

L’associazione di questi 3 famosissimi artisti, e la bellezza del brano, fece propendere i produttori verso una campagna mediatica “in crescendo”, con brevi spot di pochi secondi che facevano intuire… ma senza palesare di cosa si trattasse.
Alla fine venne annunciato il titolo del brano e gli Artisti coinvolti nel progetto, e sin dalle prime programmazioni del video integrale la critica e gli ascoltatori furono concordi che si trattasse di una delle migliori canzoni degli ultimi 20 anni.

Primo posto quasi ovunque (Regno Unito, USA, Australia, Francia, Italia, Spagna solo per citare alcuni Stati), oltre 9 milioni di copie vendute (sommando download, CD singolo e 12″), e critica entusiasta per la capacità di aver fatto incontrare tre mondi così diversi, come quello del funky (Nile) quello del pop (Pharrell) e quello dell’elettronica (Daft Punk).

“Get Lucky” ha vinto ben 2 premi ai Grammy, come “migliore canzone dell’anno” e “migliore performance pop”. Durante la cerimonia “Get Lucky” è stata riproposta dal vivo con Rodgers, Pharrell e Daft Punk e con la presenza a sorpresa di Stevie Wonder.

Degna di nota la versione “estesa” del brano – oltre 10 minuti – presente nel vinile 12″.

Daft Punk con Pharrell Williams e Nile Rodgers
Get Lucky
12″
Anno: 2013
Casa discografica: Columbia
Numero di catalogo: 88883 74691 1

A Get Lucky (Daft Punk Remix)
B1 Get Lucky (Album Version)
B2 Get Lucky (Radio Edit)

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Lettera alla “Findus”

Gentili signori,
ieri sera, mentre mangiavo alcuni Sofficini “Verdure e mozzarella”, ho trovato all’interno di uno di essi un nastro di plastica di colore blu trasparente della lunghezza di circa 8 cm e della larghezza di alcuni millimetri.
Il nastro in questione, oltre a non essere facilmente individuabile dato che era parzialmente arrotolato, era anche cromaticamente ben mimetizzato dato che il ripieno era di verdure colorate (sarebbe balzato più facilmente all’occhio se il ripieno fosse stato solo “bianco” come nel caso dei Sofficini con mozzarella e formaggio).

Questa mia segnalazione intende sollevare la questione dei controlli di qualità, immagino fase importantissima nel Vs processo di produzione.
Cosa sarebbe accaduto se io l’avessi mangiato?
Ancora peggio: se il Sofficino fosse finito sul piatto di un bambino? (e tutti sanno quanto piacciono i Vs Sofficini ai bambini).

Per Vs informazione: prodotto acquistato a Padova, Lotto di produzione L0059AP079 (ore 10:26 scadenza 05/2021)
Attendo riscontro.
Cordiali saluti.

[tutto vero]

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Una piccola delusione

Alcune settimane fa sono stato contattato privatamente via mail da una lettrice del blog, che mi ha chiesto informazioni e consigli riguardo la “disfagia”, patologia di cui soffre anche lei.
La richiesta è stata cortese e molto precisa, per cui non ho esitato a rispondere confidando anche alcuni particolari molto personali.
La mia risposta è stata “lunga”, completa, scritta con dovizia di particolari, anche perché trovo importante che ci si possa aiutare – se possibile – se si condividono certi problemi.

Neppure un grazie.
Nessuna risposta.

Ho anche pensato che la mia risposta avesse potuto finire nello “spam” della sua posta elettronica, nel qual caso mi sarei atteso comunque un “sollecito” di risposta.

Si è trattata di una piccola delusione, per il tempo dedicato ma ancor di più per la risposta molto particolareggiata e anche molto personale che avevo scritto alla lettrice.

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“Tra il dire ed il fare…”

“Ben fatto” è meglio di “ben detto”
Benjamin Franklin (scienziato e politico statunitense)

Sono una persona che non parla molto.
Questo mio essere taciturno ben si collega alla mia introversione, che sin da ragazzo mi ha sempre portato ad avere molte idee per la testa, ma a non palesarle con le parole dette a voce.
Ho sempre preferito “fare” le cose, più che a raccontarle, ed anche al lavoro preferisco a volte intestardirmi per risolvere “da solo” un problema tecnico, piuttosto che confrontarmi con i colleghi per avere la classica “dritta”.

Diciamo che, parlando poco, ho altrettanto poca considerazione per coloro che parlano troppo.
Sia in televisione, che tra i colleghi, ci sono sempre i tuttologi che si ergono sul piedistallo dispensando consigli non richiesti o sminuendo il lavoro altrui con frasi del tipo “io avrei fatto così” “bisogna fare colà”.

Bla bla bla.
Parole parole parole.
Fini a se stesse.

Avevano ragione i latini: “Verba volant”.
Le parole volano via con il primo soffio di vento.
Il “ben fare” è senza dubbio preferibile al “ben dire”. A parole siam bravi tutti, ma è nell’agire che confermiamo le nostre capacità.
Senza contare che il “ben fare” può anche essere d’esempio per coloro – figli, o anche colleghi meno esperti – che possono imparare qualcosa dalle tue azioni.


Benjamin Franklin (1706 – 1790)

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Il mio Paradiso

Il mio Paradiso consisterà nel fare parte dell’Universo, non so se come goccia di rugiada o come alito di vento, ma farò parte di un Uno.

E capirò.

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Dieci alla decima: le mie 10 canzoni preferite di Kylie Minogue

Il giorno 10 di (quasi) ogni mese, pubblico una personale classifica riguardante argomenti molto differenti tra loro. Spesso parlo di musica, ma ho parlato anche di sport, di cibo, di vacanze e di quant’altro mi potesse passare per la testa.

Questo mese la mia classifica riguarda le canzoni di Kylie Minogue, una cantante che mi è sempre piaciuta per la musica pop-elettronica prodotta, che ho avuto la fortuna di vedere dal vivo proprio a Padova qualche anno fa, e che un mese fa ho posizionato al 1° posto nella mia personale classifica riguardante “le cantanti di cui mi sono platonicamente innamorato”.
Kylie è bella, davvero, mi è sempre piaciuta. Ma ancor di più mi piacciono i suoi dischi, che ho numerosi a casa e che spesso riascolto.

A dire il vero i suoi primi dischi non è che mi piacessero molto. Prodotti dal trio inglese Stock/Aitken/Waterman era davvero musica commerciale senza troppi scossoni, la potevi ascoltare volentieri, ma nulla di più. Sono dischi che non riascolto quasi mai.
La svolta è arrivata negli anni ’90 quando Kylie ha lasciato il brit-pop per affacciarsi verso un pop-elettronico più “europeo”, spesso remixato in funzione della musica da discoteca.
Lì davvero ho iniziato a seguirla fedelmente, perché era – e rimane – il mio genere di musica preferito.

In questa mia personale “Top 10”, riguardante le canzoni di Kylie che mi piacciono maggiormente, troveremo solo una canzone della “vecchia” Kylie, quella per capirsi prodotta da S/A/W, si tratta di “Better the Devil You Know”. Niente “I Should Be So Lucky”, dunque, e nessuno di quei moltissimi brani, arrivati anche al 1° posto della classifica, che tuttavia avevano un “sound” che io trovavo abbastanza banale, o quantomeno troppo standardizzato.

Ecco dunque la classifica delle mie 10 canzoni preferite di Kylie Minogue.

#10 Where the Wild Roses Grow
Non è propriamente un brano di Kylie Minogue, quanto una collaborazione tra la stessa cantante e Nick Cave con i The Bad Seeds, tutti accomunati dalle origini australiane.
Una canzone da pelle d’oca, dove il testo narra dell’uccisione di una giovane donna, e delle sue ultime parole con il proprio carnefice.

#9 Breathe
Tratto dall’album “Impossible Princess” del 1997, è una canzone completamente elettronica, che nel CD singolo propone alcuni remix di levatura eccezionale.

#8 Slow
Brano del 2003 incluso nell’album “Body Language”. Apprezzato sia dal pubblico (oltre 2 milioni e mezzo di copie vendute, 1° posto in Regno Unito, Australia, Spagna e Danimarca) che dalla critica (nominato ai Grammy come migliore canzone dance dell’anno, descritto dalla rivista specializzate “Rolling Stone” come “una gemma musicale in stile Prince”), a me è sempre piaciuto per il ritmo “lento” ma elettronico. Nel video lei è stupendamente bella.

#7 In Your Eyes
Dall’album “Fever” del 2001, ritmo veloce, sound da discoteca e testo “sexy” (“I want to make it with you”).

#6 2 Hearts
Dall’album “X” del 2007. Si tratta del grande ritorno di Kylie dopo la lunga battaglia, fortunatamente vinta, contro il tumore al seno.
In contrasto al difficile periodo appena trascorso, “X” esprime positività ed ottimismo, e “2 Hearts” ne è l’emblema.

#5 Better the Devil You Know
Come scrivevo poche righe fa, questo è l’unico brano appartenente alla prima fase della carriera di “Kylie” che includo nella mia classifica.
E’ tratto dal suo 3° album del 1990, intitolato “Rhythm of Love”, ed è scritto e prodotto da Stock/Aitken/Waterman. Si tratta di uno dei brani più amati da parte dei fans di Kylie sparsi per il mondo.

#4 Timebomb
Una sorta di “regalo” di Kylie ai fans, per i suoi 25 anni di carriera. La canzone è da considerarsi come “stand-alone”, nel senso che al momento dell’uscita non era inclusa in alcun album; verrà inclusa solo successivamente in alcuni “best of”.
Dance elettronica, lei nel video è bellissima.

#3 Did It Again
Una canzone cui sono particolarmente affezionato di cui all’inizio comperai il CD singolo solo per alcuni remix in esso inclusi che mi piacevano in modo particolare (“Trouser Enthusiasts’ Goddess of Contortion Mix” e “Razor-n-Go Mix”, per la cronaca).
Anche “Did It Again”, così come “Breathe” (posizione #9), appare nell’album “Impossible Princess” del 1997, e nel video Kylie si presenta con 4 look differenti: Indie Kylie, Dance Kylie, Sex Kylie e Cute Kylie.
Auto ironica.

#2 Confide in Me
Adoro questa canzone.
Rappresenta una svolta per la carriera di Kylie che, dopo aver lasciato il trio di produttori Stock/Aitken/Waterman, affronta un nuovo percorso musicale non privo di rischi. Lasciare S/A/W, veri “numero uno” nel panorama europeo, poteva significare per Kylie un rapido declino ed una carriera senza vie d’uscita.
Ma lei si “reinventò”, abbandonando il brit-pop di più facile ascolto per intraprendere un pop più “maturo” e di classe.
“Confide in Me” riassume questa sua svolta: nuovi produttori, musica elettronica, atmosfera malinconica, e nel video lei bella come e più di prima.

#1 Can’t Get You Out of My Head
Una canzone icona della musica pop e dance degli ultimi 20 anni.
Ricordo ancora la prima volta che la sentii. Era alla radio, e mi trovavo insieme ad MDM (Mia Dolce Metà). Era una domenica di agosto, ed avevamo fatto una gita in montagna a Folgaria, in provincia di Trento. Una pioggia improvvisa ci aveva fatto rientrare repentinamente in auto, ed accendendo la radio sentimmo la canzone. Entrambi esclamammo: “questa fa il botto”.
E lo fece davvero.
1° posto in ben 40 Nazioni – un vero record – incluse Italia, Regno Unito, Australia, Canada, Francia, Germania, USA dance, “Can’t Get You Out of My Head” vendette oltre 5 milioni di copie ottenendo critiche positive ovunque.
Di questa canzone mi piace tutto. Esprime perfettamente il mio ideale di pop-elettronico, mi piace il ritmo, mi piace Kylie come la canta. I remix sono ottimi, il video “iconico”, lei nella copertina è sexy come non mai.

Stupenda poi la sua reinterpretazione ai “Brit-Awards”, dove presenta il brano sotto forma di “mash-up” con il famosissimo brano dei New Order del 1983 intitolato “Blue Monday”.

Pure pop.
Pure dance.
Pure Kylie.

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Saturday Pop. U2: “Sunday Bloody Sunday”

30 Gennaio 1972

Sono anni in cui in Irlanda del Nord sono accesissimi i conflitti tra i sostenitori della unificazione dell’Irlanda (i “nationalists” o “republicans”, di fatto contrari all’appartenenza al Regno Unito, in genere discendenti diretti degli antichi irlandesi e comunque di fede cattolica) e gli “unionists”, fedeli alla corona inglese (in maggioranza numerica e discendenti dai coloni britannici giunti in Irlanda a partire dal XVI secolo, di fede protestante).
Era una vera e propria guerra fratricida, che metteva in campo questioni politiche, sociali ed anche religiose.

Gli scontri di piazza erano pressoché quotidiani, e per arginare la situazione oltre alla polizia interveniva spesso anche l’esercito.
Una legge in particolare faceva infuriare i “republicans”. Era chiamata in gergo “internment” e prevedeva la possibilità per le forze di polizia d’imprigionare una persona a tempo praticamente indeterminato, senza processo e solo con l’approvazione del Ministro degli Interni dell’Irlanda del Nord (facente parte di un governo “unionists”, guarda caso).

Quel fatidico 30 gennaio 1972 era stata organizzata dai “republicans” una manifestazione proprio per gridare la loro rabbia contro questa legge ingiusta e liberticida.
La manifestazione non era stata autorizzata, e l’esercito tentò di disperdere i manifestanti.
Non riuscendoci, la situazione degenerò: i soldati spararono sulla folla (tra l’altro i manifestanti erano tutti disarmati), uccidendo 14 persone e ferendone altre 12.
Ci furono parecchi testimoni, anche giornalisti: parecchie vittime vennero colpite vigliaccamente alle spalle, altre furono uccise mentre sventolavano fazzoletti bianchi, altre mentre scappavano.
Fu terribile.


Uno dei numerosi murales dedicati alle vittime di quel giorno

Quella domenica sanguinosa (“Bloody Sunday”) accentuò gli attriti tra le 2 frange della popolazione, e molti “republicans” finirono per unirsi all'”IRA”, organizzazione rivoluzionaria militare clandestina per la liberazione dell’Irlanda del Nord dalla presenza degli inglesi.
Nonostante una inchiesta governativa nessuno dei militari venne mai condannato per gli omicidi dei 14 manifestanti.

Paul David Hewson aveva sono 11 anni e mezzo quando accaddero questi fatti.
Dieci anni dopo, con il nome d’arte di “Bono”, riprese i fatti di quella spaventosa domenica e scrisse quel capolavoro che tutti noi conosciamo: “Sunday Bloody Sunday”.

U2
Sunday Bloody Sunday
7″
Anno: 1983
Casa discografica: Island Records
Numero di catalogo: 105 330

A Sunday Bloody Sunday
B Endless Deep

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