Racconti brevi: “La confessione”

Sono un dittatore.

Decido sulla vita delle persone, mi basta un gesto perché chi voglio venga fucilato.
Non ho più amici. Li odiavo. Erano invidiosi del mio potere. Ora sono confinati, alcuni sono morti di stenti, altri si sono suicidati.
Meglio per loro.
Il popolo mi ama, ma lo so che è una farsa. E’ tutto un gioco. Ma le regole le decido io.
Mi atteggio a potente, ma in realtà non lo sono.
Ho paura di me stesso. Non so parlare, i discorsi mi vengono scritti ed io li recito.
Non so amare. Ho una donna che mi affianca, tutti credono sia mia moglie o mia amante, ma in realtà io non provo nulla per lei.
E lei nulla per me.
Potrei farla fuori con lo schiocco delle dita, ma ho bisogno della sua presenza per farmi vedere sorridente mentre salgo sul mio pulpito.
Non sono ricco. Potrei esserlo, perché in effetti ho tutto ciò che vorrei. Ma questa non è ricchezza, questa è miseria d’animo, perché non so godermi i soldi, non so godermi il lusso, non so godermi la vita.
Non sono felice, la gente crede che io lo sia, ma è tutta una recita. La gente si genuflette davanti a me, ma a me queste persone fanno schifo. Lo fanno solo perché hanno paura, ma i loro sorrisi mi fanno solo vomitare.
Nulla mi rende felice. Sono debole, sono solo, sono povero.

Spero dentro di me che la gente si ribelli, che ci sia qualcuno che possa prendere coraggio, che impugni una pistola e me la punti addosso.
E mi auguro che spari.
Che mi uccida.

Solo così sarò finalmente libero.

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Compito di latino #3

Compito di latino

Marziale (poeta romano del I sec. D.C.).
Dai suoi “Epigrammi” tradurre il verso 65 del libro I, e successivamente darne una interpretazione.

Testo.
Cum dixi ficus, rides quasi barbara verba,
Et dici ficos, Laetiliane, iubes.
Dicemus ficus, quas scimus in arbore nasci,
Dicemus ficos, Caeciliane, tuos.

Traduzione.
Ho detto “ficus”, e tu ridi come fosse una parola straniera,
e vuoi ch’io dica “ficos”, Letiliano.
Allora chiameremo “ficus” quelli che nascono sugli alberi,
e chiameremo “ficos”, Ceciliano, le tue verruche anali.

Interpretazione.
Marziale gioca con le parole. L’assonanza tra i termini “ficus” e “ficos” fa pensare che siano la stessa cosa, ma diventa scherzoso il fatto che siano due cose totalmente differenti. Il “ficus” in effetti è il frutto che oggi tutti noi chiamiamo “fico”, mentre il termine “ficos” (con la ‘o’) significa protuberanza, ed in questo caso indica le verruche anali, considerate al tempo una prerogativa per chi praticava rapporti omosessuali.
Letiliano/Ceciliano sono la stessa persona, uno dei due è un soprannome. Marziale insinua che Letiliano presenti verruche anali perché dedito passivamente ai rapporti omosessuali.

[tutto vero]

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La “fuga dei cretini”

Si parla spesso di “fuga dei cervelli” lamentando il fatto che molti giovani, preparatissimi nel loro campo, preferiscono cercare sbocchi professionali all’estero piuttosto che rimanere in Italia.
Scelta per certi versi obbligata, anche se sofferta, perché lasciare il proprio Paese non credo sia facile per nessuno.
Ma se sei laureato, qualificato e preparato, non puoi evidentemente tirare avanti con lavori a tempo determinato, sottopagati, diventando vittima della precarietà.
Ed allora ti accorgi che, per fare lo stesso identico lavoro, all’estero ti pagano bene, ti prospettano una carriera (cosa che in Italia spesso è preclusa a favore del clientelismo e del nepotismo), e ti permettono di realizzarti nella professione per la quale hai studiato per tanti anni con passione.
La “fuga dei cervelli” è un male cui l’Italia deve assolutamente trovare una soluzione.

Purtroppo non si avvera il contrario, ovvero la “fuga dei cretini”.

I cretini ce li troviamo sempre in mezzo ai coglioni, ovunque ed in ogni ambito.
Il cretino si manifesta in TV spargendo verità che solo lui ritiene tali, il cretino crede e rilancia le fake news senza un minimo di raziocinio, il cretino non legge non ascolta non ragiona ma sa tutto di qualsiasi argomento, il cretino crede che gli UFO siano tra noi, che i vaccini siano un’arma di sterminio, che la terra sia piatta, che le torri gemelle siano state buttate giù dalla CIA, che l’uomo sulla luna sia una fesseria, il cretino dice “bianco” solo perché l’altro dice “nero”, ma se l’altro improvvisamente dice “nero” lui dice “bianco” solo per il gusto di rompere i coglioni, il cretino nega di aver detto ciò che ha detto un attimo prima, il cretino nega l’evidenza, il cretino incolpa gli altri di averlo frainteso, il cretino cerca sempre di fregare il prossimo perché non ha armi per emergere, il cretino ha anche una bella faccia da culo.
Eppure, nonostante al cretino non vada mai bene nulla ed abbia da ridire su tutto e su tutti, col cazzo che fugge all’estero.
Perché, evidentemente, sta troppo bene qui in Italia.

La “fuga dei cretini” purtroppo non si avvera mai, e così mentre i “cervelli” se ne fuggono altrove, i “cretini” ce li troviamo sempre qui a fracassarci gli zebedei.

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“Domani te lo dico”

“Domani te lo dico” è una frase che io non ho mai sopportato, e che purtroppo mi è stata detta più di qualche volta.

Quando hai la morosa, magari ci litighi, cerchi un confronto, e lei ti da la buonanotte con una breve telefonata o con un messaggio: “domani te lo dico”.
Quando stai attendendo l’esito di un esame ospedaliero o una comunicazione sullo stato di salute di un familiare, ma per telefono non ti dicono nulla: “domani te lo dico”.
Quando il Capo ti anticipa “grosse novità” che ti riguardano, ma fa apposta e non ti anticipa nulla: “domani te lo dico”.

Si tratta della classica frase che non ti fa dormire, che ti fa girare gli zebedei, che ti lascia con mille interrogativi.

Mi vuole mollare?
Vuoi vedere che la faccenda è grave?
Inculata in arrivo?

Poi magari tutto si risolve facilmente e si tratta solo di seghe mentali, ma intanto hai passato la notte in bianco.
A volte invece le tue preoccupazioni si rivelano fondate.

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Saturday Pop. Las Ketchup: “The Ketchup Song (Aserejé)”

Le tre sorele Muñoz — Pilar, Lucia e Lola – decisero di chiamarsi “Las Ketchup” come tributo al proprio padre, famoso chitarrista di flamenco soprannominato “El Tomate”, ed in onore suo decisero di intitolare il loro album di esordio “Hijas del Tomate” (“Figlie di El Tomate”).

Nel 2002 la loro canzone “The Ketchup Song (Aserejé)” ebbe un successo incredibile, vendendo oltre 7 milioni di copie, ed arrivando al 1° posto in classifica in: Spagna, Regno Unito, Irlanda, Bulgaria, Ungheria, Italia, Francia, Svizzera, Svezia, Norvegia, Danimarca, Finlandia, Belgio, Paesi Bassi, Portogallo, Germania, Romania, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Cile, Perù, Cuba, Uruguay, Colombia, Venezuela, Messico, Brasile, Argentina, Bolivia, Repubblica Dominicana, Ecuador, Paraguay, Porto Rico, El Salvador, Honduras, Nicaragua, Panama e Costa Rica. Niente male, direi.

La canzone, vero tormentone estivo di quell’anno, è “apparentemente” senza senso.
Sì, perché in realtà un senso ce l’ha.
Il testo, infatti, parla di un certo Diego che entra in un nightclub con l’intenzione di divertirsi
“Viene Diego rumbeando”
e chiede al DJ – che lui conosce bene – di suonare la sua canzone preferita, che è “Rapper’s Delight” dei “Sugarhill Gang”
“Y el DJ que lo conoce”
A questo punto Diego si mette a cantare la canzone ma ne storpia tutte le parole.

Il testo di “Aserejé” infatti risulta essere nient’altro che la traslitterazione del testo di “Rapper’s Delight”:

I said a hip hop the hippie” diventa “Aserejé ja de jé de jebe
to the hip hip hop, a you don’t stop” diventa “tu de jebere sebiunouva
jumped the boogie” diventa “majabi an de bugui
the rhythm of the boogie, the beat” diventa “an de buididipí

Ecco dunque che la canzone inizia a prendere un senso, o quantomeno si può iniziare a capire di cosa parli.

Il video, d’altro canto, contribuisce al successo della canzone con le tre sorelle in spiaggia che cantano la canzone proponendo una coreografia che poi sarà copiata in tutto il mondo.




Sono affezionato a questa canzone perché mi ricorda l’estate di 18 anni fa, quando nacque mio figlio Pietro di cui abbiamo celebrato il 18° compleanno pochi giorni fa.

Las Ketchup
The Ketchup Song (Asereje)
CD singolo
Anno: 2002
Casa discografica: Columbia
Numero di catalogo: COL 672960 8

A The Ketchup Song (Asereje) (Spanglish Version)
B The Ketchup Song (Asereje) (Album Version)

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I libri belli

Con i libri belli, quelli che mi piacciono sin dalla copertina e sin dalla prima pagina, faccio come con i dolci: li mangio piano piano, per farli durare di più.

Quindi, nonostante la storia mi appassioni, tengo a freno le redini e leggo con totale calma, per far durare il piacere il più a lungo possibile.

Che senso ha divorare la fetta di dolce in poche veloci cucchiaiate?

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Citazioni musicali. Pinguini Tattici Nucleari: “Ringo Starr”

“In un mondo di John e di Paul, io sono Ringo Starr”

Anni fa, discutendo con il mio capo, venni fuori con una frase come questa:
“Io non sono adatto ad andare dal cliente per convincerlo ad acquistare un prodotto. Io faccio benissimo il mio lavoro dietro le quinte, in modo magari poco appariscente, io sono una persona da backoffice. Io sono Gattuso, non sono Shevchenko.”
Un po’ il concetto di “Una vita da mediano” di Ligabue, per capirsi.

Ognuno ha il suo carattere, le proprie predisposizioni naturali.
Se io so svolgere bene una mansione, non mi puoi far fare un lavoro per il quale non ho
alcuna predisposizione. Sarebbe controproducente per l’Azienda, ed anche per me.

Lo stare dietro le quinte, tuttavia, porta molto spesso ad una sottovalutazione dell’individuo.
Se non rimani sotto i riflettori, non brilli.

Ma io sono contento di essere “Ringo Starr”, bravo ma non esaltato, utile ma non indispensabile. Lascio ad altri il ruolo di fare gol, di stare sulle copertine, di essere acclamato.

Non so se si tratta di modestia, certamente sottolineo che NON si tratta di mancanza di ambizioni.
Si può diventare celebri anche come batteristi, o campioni del mondo come centrocampisti.

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Mio figlio 18enne

Ieri abbiamo festeggiato i 18 anni di mio figlio Pietro.
Senza troppe celebrazioni, solo i familiari più stretti (noi genitori, nonno, zii).
Non mi sembra vero di avere un figlio maggiorenne, detto tra noi.

4 i regali da parte mia e di MDM (Mia Dolce Metà):

1) Il disco
Il primo regalo è quanto di più strano abbia potuto inventarmi.
Anni fa, quand’era piccolo, gli registrammo la voce quando sapeva appena pronunciare poche parole.
Poi presi la sua voce e, mediante il software “Adobe Audition Pro”, la unii ad un brano dance dei Pet Shop Boys, facendone un “remix” della durata di circa 7 minuti. Ora, dopo tanti anni, ho ripreso quel remix (intitolato “Disco Pipo”) e l’ho fatto stampare su vinile.
Bene: ora “Disco Pipo” è un disco in vinile vero e proprio, con tanto di copertina e “centrini” personalizzati.

2) Il fotolibro
Un lavoraccio.
Abbiamo raccolto tutte le foto che lo riguardavano, dalla nascita fino ai tempi più recenti, creando un fotolibro di oltre 100 pagine: le gite, le vacanze, i compleanni, i parenti, gli amici… credo che negli anni possa diventare un bel ricordo.
Copertina volutamente identica al disco di prima.

3) L’aereo
Una rarità.
L’aereo “Sopwith Camel” di Lego Technic (mio figlio adora gli aerei), un pezzo da collezione quasi introvabile.

4) Il libretto postale
Quando Pietro nacque, io ed MDM gli aprimmo (a sua insaputa) un libretto postale, versandoci di tanto in tanto alcuni importi.
In 18 anni la somma è diventata consistente, credo sia stato un regalo molto apprezzato e che lui non si aspettava assolutamente.

Poi sono arrivate robuste mance da parte del nonno e degli zii.

Un compleanno che credo non dimenticherà mai.

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Il giorno più bello della mia vita

Fu una giornata attesa da mesi, il cui scorrere è ancora ben impresso nella mia memoria.
Il ginecologo aveva indovinato perfettamente.
Con me presente aveva posto a MDM (Mia Dolce Metà) alcune domande molto precise:
– data presunta del concepimento
– data ultime mestruazioni
– capitale della Namibia
– radice cubica di 343

Dubito che le ultime due domande siano servite a qualcosa, ma il medico ha estratto uno strano strumento “magico”, con dei dischi rotanti numerati, e con certezza assoluta ha dichiarato: “Vostro figlio, o figlia, nascerà il 21 luglio. Il regolo ostetrico non mente”.
Bene, capii che si trattava di un “regolo ostetrico” e non di uno strumento sciamanico o legato alla cartomanzia.

MDM non sapeva ancora di essere incinta, ma nel frattempo ci eravamo fatti due concerti, tra cui quello dei Faithless dove – eravamo giovani! – pogammo fino a sfiancarci.
Ma nel grembo c’era già una forma di vita, che avrebbe capito in fretta che a casa nostra se non si ascolta la musica non si mangia la minestra.

Fu la ecografia morfologica e evidenziare che il nascituro sarebbe stato un maschietto.
Così iniziò il toto-nome.
Decidemmo in 3 minuti.
Io avevo un nonno di nome Pietro, MDM aveva un nonno di nome Pietro.

Pietro.

Alla mamma di MDM (mia suocera, futura nonna) confidammo il nome scelto senza giri di parole.
Ai miei genitori (futuri nonni) facemmo indovinare.
Ebbene, nonostante il nome Pietro fosse già presente nella nostra famiglia, essi elencarono decine e decine di nomi senza indovinare.
Mio padre si rivolse anche al calendario di Frate Indovino per cercare di indovinare il nome del futuro nipote: azzardò i nomi Dino, Pierangelo, Elia, Gaetano…  tutti bei nomi, per carità, ma possibile non indovinare “Pietro”?
Alla fine glielo dicemmo noi, esausti dalla litania di nomi assurdi.
Rimasero senza parole. Forse addirittura commossi.

Durante i mesi di attesa preparammo la cameretta per il futuro inquilino.
Arrivati al 9° mese preparammo la famosa “borsa per l’ospedale”.
Poi, incredibile ma vero, esattamente il 21 luglio 2002 iniziarono le contrazioni: il ginecologo aveva indovinato il giorno esatto.

Era una domenica mattina. Molto mattina. Cronometrammo le contrazioni, e capimmo che era giunto il momento della nascita.
Ci vestimmo in fretta, colazione in fretta, e via senza indugio all’ospedale.
Ovviamente dimenticammo a casa la “borsa per l’ospedale”, per cui dovetti tornare a casa a prenderla, mentre nel frattempo MDM veniva monitorata.
Pietro se la prese comoda e il travaglio fu lungo e, per MDM, davvero estenuante.
Non lasciai mai MDM sola nemmeno per un minuto, nemmeno in sala parto, dove in effetti capii come mai molti futuri papà siano spesso svenuti.
Il parto fu complicato, dovettero intervenire anche alcuni ostetrici di supporto, ed uno di loro fece (per alleggerire la tensione, ci disse poi) un vero servizio fotografico sulla nascita di Pietro. Vi giuro che abbiamo anche una foto in cui lui era fuori solo con la testa (non gliela abbiamo mai fatta vedere).

15:48

Tenerlo in braccio appena nato è stato il momento più bello della mia vita.

Lavato, pesato, misurato, auscultato… e poi via verso un lavaggio più accurato. Mentre MDM veniva suturata (“Partorirai con dolore” era vero), fui io a tenerlo in braccio per portarlo a fare la prima doccia della sua vita.
Poi di ritorno e annuncio ai neo-nonni, nel frattempo avvisati e prontamente accorsi.

Era nato Pietro.
Il giorno più bello della mia vita.

Oggi Pietro diventa maggiorenne, non mi sembra vero. Mi sembra “ieri” quel famoso giorno in cui nacque.
Quante cose sono capitate in questi 18 anni, belle e brutte.
Per esempio le 2 nonne non ci sono più, resta solo mio padre.
Pietro riceverà dei regali che nemmeno lui si aspetta, non so se si commuoverà (lui non si commuove praticamente mai, o almeno non lo dà a vedere), ma io ed MDM certamente sì.

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Quella volta che… bianchi per caso

Verso la metà degli anni ’90 il parroco di dove abitavo iniziò a dare in affitto alcune camere della canonica a ragazzi provenienti dal Camerun a patto che fossero studenti universitari, con difficoltà economiche ma con tanta voglia di studiare.
La canonica si trovava di fronte a casa nostra, e fu facile fare conoscenza con loro al punto di diventarne anche amico.
Erano tutti bravi ragazzi, con una volontà di ferro e con l’obiettivo di laurearsi. E bellissime ragazze, tra l’altro.
Non dimentico la presentazione di uno di loro: “Piacere, io sono Bruno, di nome e di fatto”.
Mano a mano che si laureavano (perché si sono sempre laureati tutti, per la maggior parte in medicina o in farmacia) rimanevano per altri 2-3 mesi e poi trovando lavoro si cercavano una nuova sistemazione, per poi venire sostituiti da nuovi studenti, sempre provenienti dal Camerun.

Le feste di laurea si tenevano in patronato, che si riempiva sempre di un centinaio di ragazzi e ragazze camerunensi residenti in città.
Ad alcune feste di laurea venimmo invitati anche io e mio fratello, unici due “bianchi” in mezzo ai “colored”.
Prendendoci in giro, visto che all’epoca erano famosi i “Neri Per Caso”, io e mio fratello eravamo chiamati i “bianchi per caso”.
Un unico rammarico (in quel tempo non avevo la morosa): non essere mai riuscito ad approcciare una qualsiasi delle stupende ragazze presenti. Erano tutte bellissime!

Qualche anno fa il nuovo parroco ha terminato di affittare i locali agli studenti del Camerun, scelta obbligata per vari motivi.
I contatti con loro si sono diradati, ogni tanto Bruno passa a trovarci (è sposato ed ha 3 figlie), ma con Ben è nata una solida e grande amicizia che dura ormai da tantissimi anni.


Quando mi incontrai a New York con Ben, dove lui era andato a vivere per alcuni anni. Ci organizzammo, e ci incontrammo a Times Square. Fu fantastico: da Padova a Times Square! Ora Ben è tornato a Padova, continuando a lavorare come medico

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