Aeroporti. Post 1 di 5: Kansai (Osaka, Giappone)

Questa settimana ho pensato di trascorrerla parlando di alcuni aeroporti che abbiano qualcosa di particolare che li rende in qualche modo ‘originali’.

E certamente originale è l’Aeroporto Internazionale di Kansai, nella baia di Osaka, in Giappone.
Questo aeroporto, infatti, è stato costruito in mare aperto addirittura su un’isola artificiale di ben 10 Km2. La costruzione dell’isola fu impegnativa per diversi motivi: profondità del mare (circa 20 metri), sismicità del Giappone, zona soggetta a forti venti ed uragani, moto ondoso, rischi di sprofondamento.
I lavori iniziarono nel 1991 (durarono 3 anni) con la costruzione del perimetro dell’isola. Fu necessario considerare i rischi di erosione a causa del moto ondoso e per questo motivo vennero utilizzati i tetrapodi, la cui massima resistenza alle onde è dimostrata scientificamente. Poi vennero erose 3 montagne per ricavare terra ed argilla necessari alla costruzione dell’isola, e contemporaneamente iniziarono i lavori per un collegamento tra l’isola e la terraferma attraverso un ponte a 2 livelli, uno per le auto ed uno per il treno.
Per una migliore stabilizzazione dell’isola vennero utilizzate ben 11 milioni di colonne di sabbia; ciò nonostante il peso dell’isola e delle infrastrutture ha portato ad un graduale abbassamento del livello dell’isola, ben oltre i 6 metri che erano stati previsti. L’isola continua a scendere di livello alcuni centimetri ogni anno, e si spera che gli “esperti” abbiano ragione quando dicono che ad un certo punto la discesa si bloccherà per una definitiva stabilizzazione.

Il terminal dell’aeroporto fu progettato da Renzo Piano, con una struttura avveniristica lunga 1700 metri a 4 livelli (partenze nazionali, partenze internazionali, arrivi nazionali, arrivi internazionali) ed un sistema di smistamento bagagli ingegnoso basato su nastri trasportatori “a chiocciola” per sopperire alla mancanza di larghezza dell’aeroporto stesso.
Ben 900 colonne regolabili mantengono “in bolla” l’intera struttura a causa dei possibili abbassamenti di livello non uniformi dell’intera isola.
Per contrastare i forti venti della zona il terminal è stato costruito con ben 5mila vetrate incastrate attraverso guarnizioni di gomma, e tutte le strutture rigide sono state studiate per resistere ai terremoti, con pareti rientranti ed elementi semovibili.

L’intero aeroporto, grazie alla sua previdente costruzione, è riuscito a passare indenne sia il terremoto di Kobe del gennaio 1995 (Magnitudo 6,8 epicentro a soli 20 Km), sia il tifone del 1998 con venti ad oltre 200 Km/h.

Codice aeroporto: KIX
Nome aeroporto: Aeroporto internazionale di Kansai Osaka
Passeggeri transitati (dati 2015): oltre 23 milioni


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Saturday Pop on Sunday. Chiara Galiazzo: Due Respiri

Cantante padovana, Chiara Galiazzo fece il botto all’esordio discografico, dopo aver vinto l’edizione 2012 di X Factor.
Il suo singolo d’esordio “Due respiri” venne firmato addirittura da Eros Ramazzotti, e raggiunse immediatamente il 1° posto in classifica, vincendo poi nel 2013 i Wind Music Awards.
Successo mai più bissato, purtroppo, con una carriera ancora oggi tutta de decifrare.

Chiara Galiazzo
Due Respiri
CD EP
Anno: 2012
Etichetta: Sony
Codice: 88765437142

1 Due Respiri
2 Over The Rainbow
3 I Want To Hold Your Hand
4 L’amore è Tutto Qui
5 The Final Countdown

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Saturday Pop. Umberto Marcato: Ma Quando Torno A Padova

Non sono molte le canzoni dedicate alla città di Padova, e certamente la più famosa è “Ma Quando Torno A Padova” del cantante melodico Umberto Marcato, nato proprio a Padova nel 1936.
Dapprima cantante di orchestre regionali, Marcato continua la carriera come solista, ottenendo un discreto successo soprattutto negli anni ’50 e ’60 quando canta all’estero a favore degli emigrati italiani, in particolare in Scandinavia e in Sud America.
“Ma Quando Torno A Padova” (canzone dialettale) è talmente famosa che ancora oggi, ad ogni partita di calcio del Padova, viene trasmessa dagli altoparlanti, e tutto il pubblico (me compreso) la canta a memoria, una sorta di inno per la squadra e per l’intera città.

“Ma quando torno a Padova
Me sento a casa mia
No go mainconia
E tutto me va ben

Camino sotto i porteghi
De qua e de ‘à me incanto
E cupoe del Santo
Fa ciaro a sta sità

Ritrovo tutti i popoi
Davanti a ‘sta basiica
Chi che ga visto Padova
No poe scordarla più”

Umberto Marcato
Ma Quando Torno A Padova
7″
Anno: 1965
Etichetta: Tokyo Record
Codice: TK 016

A Ma Quando Torno A Padova
B Ma Dove Vai

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Padova. Post 5 di 5: la Chiesa di Sant’Antonino

Attenzione: Antonino, non Antonio.

La chiesa più famosa di Padova è senza dubbio la Basilica del Santo, dedicata a Sant’Antonio e visitata ogni anno da più di 6 milioni di fedeli e turisti.
Antonio il 13 giugno 1231 si trovava in visita al Conte Tiso a Camposampiero (comune a nord di Padova), quando si sentì male. Capendo che stava per sopraggiungere la sua ora, Antonio chiese di essere trasferito a Padova dove desiderava morire. Venne dunque adagiato su un carro trainato da buoi, e arrivato a Padova in zona Arcella venne portato in un ospizio di Suore Clarisse dove gli venne data l’estrema unzione e morì.
La cella dove morì divenne subito meta di pellegrinaggi e quando un anno dopo (in seguito a molti fatti miracolosi) Antonio venne nominato Santo da Papa Gregorio IX, si decise di costruire in suo nome una chiesa molto grande proporzionata alla sua fama e adatta a contenere le migliaia di pellegrini che da ogni dove venivano a venerarlo.

Nello stesso 1231 anche la Clarissa Elena Enselmini passò a miglior vita, e la devozione dei fedeli si rivolse sia ad Antonio (poi diventato santo) che ad Elena (poi diventata beata).
La vicinanza tra la cella di Sant’Antonio e la tomba di Beata Elena stimolò il comune di Padova a costruirci attorno un edificio per i devoti, e poi nel 1506 sorse una chiesa intitolata alla Beata Elena che inglobava sia la cella di morte di Sant’Antonio (trasformata nel frattempo in capitello) che il vecchio ospizio delle Clarisse.

Nel 1649 si decise di ampliare ulteriormente la chiesa che venne poi denominata “Chiesa di Sant’Antonino”, con lavori terminati nel 1675.
Più volte ristrutturata e rimodernata, questo santuario conserva ancora al suo interno la cella dove morì il Santo e le spoglie della Beata Elena.


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Padova. Post 4 di 5: l’Orto Botanico

L’idea venne nel 1545 a Francesco Bonafede, studioso di piante officinali. Era infatti necessario lo studio diretto delle piante mediche, per meglio capire le loro proprietà curative ovviando alla errata interpretazione degli antichi testi classici. Dato che le piante medicinali al tempo erano denominate “semplici”, l’orto venne chiamato “Giardino dei Semplici” (“Horti Simplicium”).
Nacque così l’Orto Botanico di Padova, più antico orto scientifico al mondo e nel 1997 nominato dall’Unesco “sito patrimonio dell’umanità”.

L’orto ha pianta circolare con all’interno un quadrato diviso a sua volta in quattro settori, e nei secoli non è mai stato modificato.
All’inizio le piante coltivate erano circa 1800 (che per ovviare ai ripetuti furti notturni si decise di proteggerle con un alto muro di cinta) ma oggigiorno sono circa 6mila per un totale di 3500 specie differenti.
Oltre alle piante curative sono presenti anche piante insettivore, piante dei Colli Euganei (vedi post di ieri), piante esotiche e piante acquatiche ospitate nella piscina al centro dell’orto.

Dal 2014 è stato aggiunto all’orto, in una zona adiacente, un “Giardino delle biodiversità”, con 1300 piante provenienti da ogni parte del globo che permettono lo studio dei diversi tipi di vegetazione in differenti condizioni climatiche.
Tra le piante più famose presenti nell’orto spicca la “Palma di Goethe”, che permise al poeta tedesco, dopo averla ammirata e studiata nel 1786, di avere l’idea per il suo “Saggio sulla metamorfosi delle piante” pubblicato quattro anni dopo. L’intuizione avvenne dopo che Goethe notò una certa differenza tra le foglie basse, quelle a mezzo fusto e quelle alte, stando a significare una loro mutazione in base alla loro età. La palma è sempre la stessa che venne impiantata nel 1585, più di 430 anni fa.
Una visita all’Orto, magari guidata, è una esperienza unica che non dimenticherete facilmente.




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Padova. Post 3 di 5: il Bò

La sede storica dell’Università di Padova è il Palazzo del Bò, edificio costruito verso la fine del XV secolo e di cui si hanno documenti ufficiali datati 1493.
Tale palazzo è formato dalla unione di tre edifici preesistenti, uno dei quali apparteneva precedentemente ad un macellaio cui era stato donato da Francesco I da Carrara, signore di Padova, in seguito ai servizi resi alla popolazione durante gli assedi della città.
Il macellaio vi aveva aperto una locanda il cui simbolo era un teschio di bue (un bucranio), da cui l’appellativo “Palazzo del Bò” (palazzo del bue) che venne trasferito anche all’edificio universitario.
Il Bò diviene ufficialmente sede universitaria nel 1539, ed è usanza ancora oggi per gli studenti dell’Ateneo dire “vado al Bò” per dire che vanno all’Università.

Più volte rimodernato ed ampliato, il Bò presenta un grande cortile attorniato da una doppia loggia di colonne e decorato da centinaia di stemmi che rappresentavano i docenti più illustri e le famiglie più note degli studenti frequentanti.
Tra le aule più famose vi è il “Teatro Anatomico”, costruito nel 1594 da Fabrici d’Acquapendente (primo teatro anatomico al mondo), stupendamente conservato e con al centro un tavolo utilizzato per la dissezione dei cadaveri (di norma di persone condannate a morte). Il tetto semovibile serviva per far fuoriuscire i cattivi odori.
Un’altra famosa aula è l’Aula Magna, assegnata inizialmente alla facoltà di Giurisprudenza, ma utilizzata anche da Galileo per poter contenere il gran numero di studenti che partecipava alle sue lezioni. Ancora presente in sala è la cattedra che lo stesso Galileo utilizzava per le proprie lezioni.
Altre sale sono state aggiunte nel corso degli anni in modo da permettere ad ogni facoltà di avere una aula di rappresentanza per cerimonie solenni e lauree.
Io ho avuto l’onore di essermi laureato al Bò.


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Padova. Post 2 di 5: i Colli Euganei

Non potrei mai abitare in una casa da dove non si possano vedere i Colli Euganei. Mi piace vederli all’orizzonte, adoro il tramonto del Sole dietro di essi. La loro visione mi concede tranquillità e mi dona un senso di protezione.
I Colli Euganei hanno origine vulcanica e la loro formazione viene datata a 40 milioni di anni fa. L’attività magmatica è ancora presente, ed infatti nelle vicinanze sorgono numerosi centri termali con acqua e fanghi spontaneamente caldi utilizzati per cure e per il benessere fisico. Vi assicuro che nuotare nella piscina ad acqua calda naturale è di una bellezza unica.

Il nome “Euganei” deriva dall’antico popolo degli Euganei, vissuti tra le Alpi Orientali e l’Adriatico prima dell’avvento dei Veneti.
Le cime arrotondate sono circa un centinaio, la più alta delle quali è quella del Monte Venda che raggiunge i 601 metri.
I Colli Euganei sono importanti a livello faunistico e botanico per fattori di biodiversità, salvaguardati dal Parco Regionale (primo del Veneto) istituito per la tutela ambientale e la valorizzazione del territorio.
Gli angoli naturali, i borghi storici, i percorsi escursionistici e le eccellenze gastronomiche fanno dei Colli Euganei uno dei motivi di vanto di Padova e provincia.


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Padova. Post 1 di 5: L’orologio astronomico di Piazza dei Signori

Questa settimana è dedicata alla mia città, Padova.

Su Piazza dei Signori si affaccia, dalla metà del XIV secolo, la torre che viene definita “dell’Orologio” da quando nel 1437 venne inaugurato il famoso orologio astronomico.
L’orologio originariamente era posto su un’altra torre che guardava verso la Piazza Duomo ma, dopo un incendio del 1390, venne rimosso e restaurato nella attuale posizione.
Si tratta del più antico orologio al mondo di questo tipo, costruito su progetto del 1344 da parte dell’astronomo ed orologiaio Jacopo Dondi, e poi con opera (e successivo restauro) di Matteo Novello e Giovanni e Gian Pietro delle Caldiere.

L’orologio è così composto:
4 quadranti circolari che indicano ore (in numeri romani), minuti (che avanzano di 5 in 5), giorno e mese.
Fascia circolare interna con indicazione delle ore (in numeri romani), delle fasi lunari e del segno astrologico. Vi sono anche volta celeste con Sole e stelle, e la Terra posta al centro in una visione Aristotelica/Tolemaica tipica del periodo.

Tra i segni zodiacali manca quello della Bilancia. Leggenda vuole che questo sia dovuto alla ripicca dei costruttori che considerarono “iniquo” il pagamento del lavoro ad un importo inferiore a quello concordato. Più probabilmente, invece, la mancanza della Bilancia va fatta risalire al sistema zodiacale pre-romano che fondeva insieme tra loro i segni di Bilancia e Scorpione (a favore di quest’ultimo).
L’orologio divenne immediatamente talmente famoso che Jacopo Dondi venne soprannominato “Dell’Orologio” e la sua dinastia mantiene il doppio cognome ancora oggi.
Una campana, gestita dall’originale sistema del XV secolo, suona ancora oggi ogni ora e successivamente ogni 5 minuti.
L’interno della torre può essere visitata per ammirarne gli ingegneristici sistemi di movimento di tutte le componenti.


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Saturday Pop on Sunday. Fatboy Slim: The Rockafeller Skank

Raggiunge la posizione numero 6 della classifica questo brano del DJ Fatboy Slim, mago delle tastiere, della elettronica e dei campionamenti.
Proprio i campionamenti (uso di parti di canzoni di altri artisti poi assemblati per formare un nuovo brano, e non una cover) giocano a Fatboy Slim un brutto scherzo.
I campionamenti in tutto sono 5: una frase della canzone “Vinyl Dog Vibe” del rapper Lord Finesse, una parte strumentale di “Sliced Tomatoes” della band Just Brothers, la ritmica iniziale del brano “I Fought the Law” dei The Bobby Fuller Four, una parte orchestrale di “Beat Girl” di John Barry and his Orchestra, e per finire un riff di chitarra prelevato da “Peter Gunn” degli Art of Noise.
Per poter avere l’autorizzazione alla pubblicazione del brano, Fatboy Slim ha dovuto cedere ad ogni artista campionato il 20% dei diritti d’autore, per cui alla fine lui come autore della canzone non ha mai ricevuto alcun compenso.
La canzone fu inclusa nel videogioco di calcio “Fifa 99“.

Fatboy Slim
The Rockafeller Skank
12”
anno: 1998
Etichetta: Skint
Codice: SkINT 35

A The Rockafeller Skank
B1 Always Read The Label
B2 Tweakers Delight

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Saturday Pop. Blur: Song 2

Questa settimana abbiamo parlato di videogiochi, per cui nella rubrica “Saturday Pop” propongo una canzone che è stata colonna sonora di un famoso videogioco di qualche anno fa.

“Song 2” dei Blur è molto legata al numero “2” sin dal titolo.
Brano numero 2 dell’album “Blur” del 1997, esce come 2° singolo, raggiunge in classifica inglese la posizione numero 2, la durata della canzone è esattamente 2 minuti e 2 secondi.
A parte l’enorme successo ottenuto in tutta Europa e negli USA, anche per la forza dirompente del video, la canzone divenne l’emblema di uno degli episodi più riusciti della serie di videogiochi “Fifa”, e più precisamente di “FIFA: Road to World Cup 98” di cui era la sigla iniziale e il tema base quando ci si trovava nei menu.

Blur
Song 2
7″ limited edition
anno: 1997
Etichetta: Food
Codice: FOOD 93

A Song 2
B Get Out Of Cities

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