Analisi logica

La canzone la trovo terribile, ed il video abbastanza odioso. Ammetto che sia diventata un ‘tormentone’, ma non credo possa essere un vanto.
Un vecchio tormentone come “L’Estate Sta Finendo“, tanto per dire, come qualità di musica e di testo si trova ad un livello decisamente più elevato.

L’Esercito Del Selfie” di Takagi & Ketra con Lorenzo Fragola e Arisa, tuttavia, ci invade radio e TV al punto da non sempre riuscire a schivarla.
Un particolare mi ha colpito, di questa canzone, ossia il fatto che il testo non brilli per logica.

Prendiamo questi versi:
“Ma tu mi manchi
Mi manchi in carne ed ossa
Mi manchi nella lista
Delle cose che non ho”

Cerchiamo di analizzarli.

“Tu mi manchi”.
Se uno dice questa frase vuol dire, intuibile, che vorrebbe l’altra persona accanto a sé.

“Mi manchi in carne ed ossa”.
Rafforzativo del concetto precedente.

“Mi manchi nella lista delle cose che non ho”.
Qui non ci siamo proprio.
La lista della cose che uno non ha è evidentemente un elenco delle cose che vorrebbe. Io per esempio nella mia “lista delle cose che non ho” potrei scrivere “una villa, una Ferrari, un conto in banca a 9 zeri, un harem”. Sono in effetti cose che non ho.
Ma se una cosa “MANCA” nella “lista delle cose che non ho”, significa che non ne ho bisogno, perché ce l’ho già. La bicicletta manca dalla mia “lista delle cose che non ho”, proprio per il fatto che ce l’ho già.
Quindi a rigor di logica, se tu “mi manchi nella lista delle cose che non ho” vuol dire che già sei con me.

Non credo che Lennon, McCartney o Mogol avrebbero mai scritto una cazzata del genere.


“Tornate al posto tutti quanti. Il testo fa schifo”

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Inner Sanctum

“Inner Sanctum” traduzione “luogo chiuso e riservato dove ci si sente protetti”

Capita nella nostra vita che alcune giornate a prima vista normali possano poi diventare eccezionali, magari per una coincidenza, o magari per una situazione o un evento che rimarranno impressi per sempre nella nostra memoria.

Io ho un amore sviscerato per la musica, ed in particolare (come molti di voi ormai sapranno) ho una vera e propria venerazione per il gruppo britannico dei Pet Shop Boys.
I loro dischi sono sempre in heavy rotation a casa mia, e sono fortunato che la loro discografia sia sempre stata negli anni molto prolifica e variegata. Ricordo ancora quando mio figlio, all’età di 2-3 anni, faceva il coro alla canzone “Paninaro” che io talvolta gli facevo sentire sperando di poterlo crescere a pane, latte, Milan e Pet Shop Boys.
Ci sono riuscito solo per il pane ed il latte, per il calcio si è vestito di nerazzurro, per la musica… beh, lui ormai ha 15 anni e ascolta gruppi ed artisti più giovani dei sessantenni Pet Shop Boys.
Ma al figlio la musica piace, e se metto un disco di Jovanotti vedo che gradisce, se metto un disco dei Depeche Mode pure.
E i Pet Shop Boys? Sì, gradisce anche loro.

Io a mio figlio ho detto: “I Pet Shop Boys avranno anche 60 anni, ma in un loro concerto troverai più energia, più ritmo, più partecipazione e gioia che in un qualsiasi altro concerto”.
E così lunedì scorso l’ho portato a Lucca, a vederli dal vivo. MDM (Mia Dolce Metà) purtroppo è dovuta rimanere a casa per motivi di lavoro.

Eravamo a 5 metri dal palco, in una posizione ideale per goderci una serata straordinaria.
E così è stata.
I PSB ci hanno deliziato per 2 ore con un ritmo elettronico coinvolgente, nella piazza gremita da gente di tutte le età non c’era nessuno che potesse rimanere fermo, tutti trascinati da canzoni adrenaliniche dal BPM elevato. E io ero lì, di fronte al palco, con i miei beniamini a portata di mano e il figlio alla mia destra che per la prima volta in vita mia ho visto lasciarsi andare, rapito dal ritmo del duo inglese. Le canzoni bene o male le conosceva tutte anche lui, ma oltre alla musica c’erano le luci laser, il maxi schermo, il pubblico che cantava tutte le canzoni all’unisono, le coreografie minimali ma efficaci, e poi loro due, Neil & Chris, sempre fedeli a loro stessi anche nell’abbigliamento (vedasi i bizzarri copricapi che indossano ad ogni concerto).
Neil, il cantante, estroverso comunicativo e coinvolgente.
Chris, il tastierista, silenzioso e serio dietro i suoi strumenti. Lui coinvolge con la musica.

“Avevi ragione” mi ha detto il figlio a fine spettacolo “è stato un concerto davvero pieno di energia e spettacolare. Mi è piaciuto molto”.
Ecco, questo è stato il momento più bello, quando lui mi ha detto che il concerto gli è piaciuto molto.

Perché un concerto dei PSB non è solo un “concerto”. E’ energia pura, è adrenalina, è una festa dove incontri vecchie conoscenze presenti come me ad ogni loro concerto, è un luogo dove ti senti a tuo agio trascinato e cullato dal ritmo, è un luogo chiuso e riservato dove ci si sente protetti.

E’ un “Inner Sanctum”.

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Le perle di Achille

Il collega Achille è una persona coerente: non sa fare nulla in ufficio, ma non sa fare nulla nemmeno a casa.
Non è che lui se ne vanti, ma certamente non fa mistero delle brutte figure che combina a casa. Quelle che combina al lavoro le vediamo con i nostri occhi tutti i giorni.

Racconta Achille che alcuni anni fa la moglie subì un intervento al menisco, e lui dovette rimanere a casa ‘da solo’ per ben 3 giorni.
Per il cibo la soluzione fu trovata facilmente: pranzo e cena dalla mamma.
Per il resto la soluzione fu: non fare nulla, non toccare nulla, non fare la lavatrice, non stirare, non rifare il letto, non pulire. Tutte attività che comunque Achille NON saprebbe svolgere.
La moglie ebbe un’unica raccomandazione: “mi raccomando il bonsai”.

Ecco, appunto. Il bonsai.

Achille ci ha raccontato che lui non si ricordava neppure di averlo, il bonsai, e che una volta individuato pensava fosse finto.
Una volta preso in mano per dargli un po’ d’acqua, tuttavia, gli è caduto per terra rovinando non solo il vaso, ma proprio lo stesso bonsai.

Panico!

Achille dice di aver provato a ricomporlo, senza riuscirci, e di essere poi corso alla serra vicino a casa per trovarne uno che gli assomigliasse.
Ovviamente non lo trovò, accontentandosi di un altro bonsai del tutto diverso dal precedente.
Operazione conclusiva: nel cassonetto il vecchio bonsai, sulla mensola quello nuovo.

Al rientro a casa della moglie il buon Achille ci dice di aver fatto finta di nulla, anche dopo che lei se ne accorse: “Achille, dov’è il bonsai che ci aveva regalato mio sorella?”
“Pensavo questo fosse più bello” la risposta dell’imperturbabile collega.

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Maleducazione

Il mio amico Zax soleva dire che il termine maleducato è sostanzialmente errato.

Maleducato significherebbe “educato male”, e dunque la “colpa” della maleducazione di una persona andrebbe in questo modo trasferita a chi ha “educato male” questa persona, genitori in primis.

Per lo stesso motivo il termine “ineducato” – sostanzialmente “non educato” – parrebbe colpevolizzare coloro che avrebbero avuto il compito di educare una persona ma non lo hanno fatto.

Zax sosteneva che il termine più appropriato fosse “diseducato”, ovvero persona che è stata educata alle buone maniere ma che poi, per colpe proprie, ha tralasciato questi insegnamenti dimenticando i criteri di buona educazione.
Fatto sta che di maleducati/ineducati/diseducati ne é pieno il mondo, magari a volte lo siamo anche noi più o meno consapevolmente.


“Ancora con le scarpe sul divano, maleducata!”

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Razzolare male

Sono molto attento ad alcuni aspetti della mia alimentazione.

Bevo parecchia acqua non solo per idratarmi ma anche a causa dei problemi di calcolosi renale che mi affliggono da anni.
Per lo stesso motivo evito il sale in tutti i modi, non lo metto neppure nell’insalata, e la verdura (cotta e cruda) mi piace così com’è. Il sale non compare neppure su carne e pesce.
Evito i grassi, anche i condimenti animali e vegetali come burro, margarina e olio (sia di oliva che di semi). Dunque insalata, carne e pesce li mangio come da cottura, al massimo con qualche spezia (priva di sale). E mi piacciono.
Evito gli zuccheri: il latte della colazione lo bevo così com’è (con i cereali), il caffé mi piace amaro.
Cerco di mangiare due porzioni di frutta al giorno (in ufficio una porzione di frutta frullata, la sera a casa scelgo tra pera/banana/mela).

E poi razzolo male.
Malissimo.

Adoro i salumi, potendo mi strafogherei di salame ungherese e speck.
Mi piacciono i formaggi, specialmente quelli francesi, ma fiuto il gorgonzola come fossi un segugio.
Pizza e patatine fritte? Sono sempre le benvenute, regolarmente una volta alla settimana.
Uovo fritto con prosciutto e bacon? La mia specialità.
Un dolcetto gratificante me lo concedo quasi ogni sera, potrebbero essere 2-3 biscotti o un gelatino (non un Magnum).
Il dolcetto va accompagnato da mezzo bicchiere di Coca Cola Zero, che avrà anche zero calorie, ma rimane una bevanda gassata e ricca di additivi.

Ho una forza di volontà di una debolezza assoluta.

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Il Jolly

Un mio collega, soprannominato “Jolly”, il mese scorso ha terminato la sua carriera lavorativa andando in pensione.
Lo conoscevo abbastanza bene e ci siamo fatti spesso quattro risate insieme, e proprio perché lo conoscevo bene sapevo che, a causa della sua timidezza, il suo andare in pensione sarebbe stato diverso dal solito.
Si è confidato, e fino ad un certo punto, solo con me ed un altro collega facendoci intendere (ma senza dirlo a chiare parole) di aver fatto la richiesta per la pensione e che la fatidica data sarebbe arrivata in breve tempo.
Schivo verso ogni voglia di festeggiamento, restìo anche agli auguri di Natale, di buon anno o di buon compleanno, ho pensato che avesse qualcosa in serbo.
E non mi sbagliavo.
Senza dare comunicazione alcuna (se non via telematica tramite CAF), è rimasto a casa da un giorno all’altro, facendo solo recapitare una rosa rossa ad ogni collega donna dell’Azienda.
Alcuni si sono risentiti di questo suo comportamento, quantomeno per la possibilità di salutarlo in modo consono, ma per chi lo conosceva almeno un po’ questo suo comportamento non è risultato una sorpresa.
Non ha risposto per 10 giorni a nessun messaggio e a nessuna telefonata, salvo farsi vivo due giorni fa (non con me, ma con l’altro collega) con un breve messaggio di saluto e un invito a cena esteso a pochissimi ex-colleghi, me incluso.
Avete mai conosciuto persone così strane?


La cena con il “Jolly” potrebbe rivelarsi imbarazzante

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Litigare

Secondo me si litiga solo con le persone cui si vuol bene.
Con le persone che per te non significano nulla non perdi neppure il tempo di arrabbiarti.
Ogni tanto litigo con MDM (Mia Dolce Metà), per esempio.
Ma il mio peggior litigio l’ho fatto una ventina di anni fa con il mio migliore amico, che è saldamente rimasto il mio migliore amico e lo è ancora oggi.

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Frasi venete, lezione #4

Per voi, che volete imparare a parlare il dialetto veneto convinti in questo modo di elevare il vostro livello culturale.
Ecco, proprio per voi, la quarta lezione di frasi venete, per capire fino a che punto noi veneti possiamo apparire ubriachi anche se siamo astemi.

1) “Te poi piansare in greco, tanto no teo compro”
Traduzione letterale: puoi anche piangere in greco, tanto non te lo compero
Quando si usa: hai un figlio o una figlia in età scolare, vai al centro commerciale per comperare un nuovo paio di pantaloni, ma immancabilmente il figlio si blocca davanti ad una vetrina rimanendo estasiato da un gioco o da un giocattolo (il più delle volte inutilmente costoso). Non riesci più a trascinarlo via, lui si pianta come una statua di marmo per poi iniziare il più pietoso dei capricci, frignando fino alle lacrime perché lui “quel gioco” lo vorrebbe ad ogni costo

2) “Sito inseminio?”
Traduzione letterale: sei rincitrullito?
Quando si usa: forma elegante per poter dire al figlio/marito/collega “sei rincoglionito?”. Questa locuzione è utilizzata quando la persona che hai di fronte cerca di giustificare un proprio comportamento insensato con delle frasi sconnesse ed altrettanto insensate, palesando a volte delle menzogne pietose e non credibili

3) “Vèstate che te ciapi el snaro”
Traduzione letterale: vestiti che ti prendi il raffreddore
Quando si usa: nonostante sia inverno inoltrato, il figlio o la figlia escono di casa con jeans strappati, senza calze e giubbetti adatti alla stagione autunnale. Perché è di moda, perché lo fanno tutti, perché è così e basta. A nulla serve far loro capire che l’anno scorso, nelle medesime condizioni, si sono portati a casa 3 raffreddori e 2 bronchiti. La moda è moda, baby

4) “Forsa de ridare me xe vegnu el sengioto!”
Traduzione letterale: a forza di ridere mi è venuto il singhiozzo
Quando si usa: in compagnia tra amici c’è sempre quello più spiritoso che sa raccontare le barzellette, che coglie sempre l’aspetto più divertente di ogni situazione e che fa ridere anche solo con la mimica facciale. Capita dunque che, in reazione ad una sua mitragliata di stupidaggini, gli amici si trovino a ridere a crepapelle, con conseguenze che vanno dallo singhiozzo al mal di pancia, dal cagarsi addosso al lacrimare

5) “Vardame co te parlo”
Traduzione letterale: Guardami quando di parlo
Quando si usa: se sei incazzato come una biscia, non c’è nulla di peggio che la persona con cui ti stai sfogando guardi altrove senza degnarti di alcuna attenzione. Può esser il figlio che trova rifugio nello smartphone, o il marito che guarda le notizie sportive senza alzare lo sguardo, o la moglie che finge disinvoltura sfogliando una rivista di moda

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Dammi solo 3 minuti

Dove lavoro io c’è un timbratore dove far ‘passare’ il badge per registrare l’ora di entrata e l’ora di uscita dei dipendenti.
La mattina molti di noi fanno vere e proprie corse per arrivare in orario, il tutto per svariati motivi: accompagnare a scuola i figli, traffico, imprevisti dell’ultimo secondo o semplice pigrizia ad alzarsi dal letto.
Il mio collega Alex ha ben pensato di ‘modificare’ leggermente l’orario del timbratore, arretrandolo di 3 minuti.
In questo modo se arrivi con al massimo 3 minuti di ritardo (esempio, sono le 8:03), il timbratore segna le 8:00 e dunque vieni segnato ‘in orario’ e non come ‘ritardatario’. Ovviamente il pomeriggio i 3 minuti rimangono, e se hai fretta di uscire devi attendere un po’.
L’idea è stata quella di arretrare l’orologio ma senza dare nell’occhio, perché se i minuti fossero 5 o più, probabilmente qualcuno della Direzione potrebbe accorgersene e chiedere ad Alex di riallineare l’orologio.
I 3 minuti invece passano inosservati, dando in questo modo ai ritardatari cronici (Alex, guarda caso, è proprio uno di loro) la possibilità di evitare il richiamo per i ritardi accumulati.


“Alex mi salverà”

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La strada con le curve

Chi crede che la vita sia una strada rettilinea, magari in perenne discesa, si sbaglia.
Qualche mente semplice vive davvero in questo modo, senza notare che sono le curve ad addolcirsi al suo passaggio.
Chi invece vive la vita a pieni polmoni diventa un abile ciclista, che sa sgobbare in salita, superare gli ostacoli ed ha perizia nelle curve.

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