Citazioni musicali. Alphaville: “Forever Young”

“Forever young
I want to be forever young
Do you really want to live forever?
Forever young”

“Per sempre giovane
Voglio essere per sempre giovane
Vuoi davvero vivere per sempre?
Sempre giovane”

Quando ero giovane non sapevo di esserlo.

Erano anni spensierati, in cui il trascorrere delle stagioni non mi faceva percepire che il tempo stesse passando, e che io stessi crescendo.
L’invecchiamento non era visto come tale, ma solo come una conquista dell’età adulta, che sembrava sinonimo di obiettivi da conseguire, e piccole felicità da conquistare.
Non avrei mai pensato in quegli anni di vivere “per sempre giovane”, perché lo ero, e non capivo perfettamente che si trattava solo di una situazione temporanea. Bella, ma pur sempre a termine.

Un giorno mi sono svegliato ed ho capito che non ero più giovane.

Cos’era capitato?
Non lo so. Mi ero sposato, avevo un figlio, avevo debiti, un lavoro, ero stato sottoposto a 2 delicati interventi chirurgici, gli amici avevo iniziato a vederli di rado, genitori e suoceri con problemi di salute.
No, decisamente: non ero più giovane.

Ed allora mi sono chiesto: mi sarebbe piaciuto vivere “per sempre giovane”?
Probabilmente no.
Accetto la condizione umana, l’invecchiamento, gli acciacchi.
In cambio ho l’amore per la vita in ogni sua manifestazione, la gioia di un figlio che non mi dice mai “ti voglio bene”, ma la sua presenza è già per me un dono. Una moglie che mi vuol bene, papà da accudire. Ho gli amici, il blog, la musica. Ho viaggiato. Ho amato.

Fossi rimasto giovane per sempre, tutto questo non lo avrei avuto.

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I tagli

Da circa 3 anni, la nostra Azienda ha adottato una politica molto ferrea di riduzione dei costi attraverso il taglio del personale.

No.
Non ci sono stati licenziamenti.
Non siamo tecnicamente in crisi, anche se il calo del fatturato è sotto gli occhi di tutti, e qualche decisione andava presa.
Non sono stati rinnovati i contratti a termine, chi andava in pensione non è stato sostituito, ad altri è stato proposto un pre-pensionamento.

Il numero dei dipendenti è dunque diminuito di circa il 15%, ed il lavoro è stato distribuito ai rimasti. Eravamo in 120, ora siamo più o meno in 100.
Io stesso ho subìto la situazione in prima persona, dato che il mio ufficio prima consisteva in 4 elementi (me compreso) mentre ora siamo rimasti in 3.
Ed eccoci al punto.
Capisco i tagli, ma avrebbero dovuto essere più limitati.
Ora siamo numericamente troppo “stretti”, e basta un nonnulla per rimanere scoperti.

Prendete il mio ufficio.
Eravamo in 4. Se uno era in ferie, c’erano comunque 3 persone a portare avanti il lavoro. In caso di malattia, si rimaneva in 2. E in qualche modo si andava avanti.
Ora siamo in 3. Se ora uno è in ferie, ed un altro si ammala, il rimanente va in crisi mistica, perché è oggettivamente impossibile svolgere da soli la mole di lavoro che fino a 2 anni fa veniva svolta da 4 elementi.

Lo stesso capita in altri uffici, e nelle altre nostre sedi. Bastano due Covid, e non si sa che pesci pigliare.
Perché, tra chi è rimasto a casa negli ultimi 2 anni, c’erano anche figure “generiche” che potevano in caso di emergenza andare a tamponare le carenze momentanee degli altri uffici.
Ora non abbiamo più questi dipendenti “jolly”, per cui non è semplice spostare qualcuno in altri uffici per supplire numericamente alle difficoltà del momento.
Capisco perfettamente le esigenze dell’Azienda, ma sono convinto che i tagli siano stati esagerati, ed infatti ora in molti uffici si respirano parecchi malumori.

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Plastic City

I miei esordi con i “mattoncini”, negli anni ’70, non riguardarono i Lego, ma i Plastic City.

Si trattava di mattoncini molto semplici, simili ai “Lego Duplo”, ma molto meno costosi.
Venivano fabbricati in Italia dalla azienda “Italocremona”, che al tempo vendeva anche bambole dai nomi fantasiosi, tipo “Ciralina” o “Le Formaggine”.


Alcune “Formaggine”

Col tempo i mattoncini della serie Plastic City migliorarono di forma e qualità, arrivando a somigliare molto ai Lego.

Ma il vero punto di forza dei Plastic City furono la serie “Historic” che, grazie a pezzi molto particolari di forma arrotondata, permettevano di costruire bellissimi castelli.

Sebbene fossero meno particolareggiati dei Lego, i Plastic City Historic avevano il punto di forza nei pezzi arcuarti, che nei Lego anni ’70 e ’80 (ma anche anni ’90) mancavano quasi completamente. Gli omini della Plastic City erano molto simili a quelli della serie Playmobil, anche se in effetti un po’ meno belli.

A me piaceva costruire castelli con moltissime torri, ed è un peccato che non abbia foto di quel periodo, perché in effetti ci giocavo per interi pomeriggi insieme agli amici.
Devo averli ancora da qualche parte, forse in soffitta a casa di mio padre.

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9 su 10

Abbiamo 9 cose su 10.
Ed invece di goderci le nostre 9 ci lamentiamo perché ci manca la decima.

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Saturday Pop. Aretha Franklin e George Michael: “I Knew You Were Waiting (For Me)”

Difficile spiegare gli anni ’80, musicalmente parlando, a chi non li ha vissuti.

Fu una vera esplosione di creatività e talento, a mio avviso senza eguali nella storia della musica, anche grazie a 2 fattori fondamentali propri di quel periodo: la nascita dei canali tematici musicali (MTV su tutti) con la programmazione 24 ore su 24 di video musicali di ogni tipo, e l’uso sempre più ampio di strumenti elettronici per suonare.
Scorrere le classifiche musicali di quel periodo fa venire la pelle d’oca: nella Top 20 potevi trovare contemporaneamente gente come Michael Jackson, Prince, Madonna, Depeche Mode, Frankie Goes to Hollywood, Simple Minds, Wham, Rick Astley, Duran Duran, Spandau Ballet, Bangles, Pet Shop Boys, Simply Red, Cyndi Lauper, Genesis, Baglioni, Vasco… tutta gente che vendeva decine di milioni di dischi.
Un fenomeno che oggi non è minimamente paragonabile, anche per il fatto che la musica riveste per i giovani di adesso un ruolo di gran lunga inferiore rispetto a quello che rivestiva per noi, giovani di allora.
La musica continua ad essere “ascoltata”, ma spesso in forma gratuita. Non ci sono più milioni di ragazzi che, come me, attendeva in modo spasmodico l’uscita del nuovo album degli U2 per comperarsene una copia.
E’ cambiata la fruizione della musica, così come sono cambiate le canzoni e le collaborazioni tra gli artisti.

Leggendo le classifiche musicali odierne, troviamo moltissimi duetti (o “featuring”, come direbbe qualcuno) tra artisti che un anno fa nessuno conosceva, e che tra un anno saranno già dimenticati. Una musica usa-e-getta che non aiuta ovviamente ad aumentare la qualità dei brani composti, ma che alla fin fine non aiuta nemmeno gli artisti ad emergere veramente ed a farsi una carriera di primo piano.

Nel 1986 uscì questo duetto tra Aretha Franklin e George Michael, due veri e propri giganti della musica contemporanea.
Tanto per capirsi: Aretha Franklin ha venduto nella sua carriera oltre 75 milioni di dischi, George Michael oltre 120 milioni.
Numeri immensi, da capogiro.
Per dire: oggi il disco d’oro lo raggiungi vendendo (anche come download) 25mila copie di un album, e pochi ci riescono.

Godiamoci “I Knew You Were Waiting (For Me)”, che oltre al 1° posto nelle classifiche inglesi ed americane permise all’inedito duo di aggiudicarsi un Grammy nella categoria “Best R&B Performance by a Duo”.

Aretha Franklin e George Michael
I Knew You Were Waiting (For Me)
7″
Anno: 1987
Casa Discografica: Epic
Numero di catalogo: 650253 7

A I Knew You Were Waiting (For Me)
B I Knew You Were Waiting (For Me) (Instrumental)

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Band giovanili

Anni ’80.

Io non sapevo suonare e tantomeno cantare, ma alcuni miei amici invece misero in piedi un paio di “band” molto differenti tra loro.

Il mio compagno di classe Ricky divenne tastierista nei “Pensione Garibaldi”, gruppo pop/rock che si ispirava ai Genesis, che alternava cover con alcuni brani scritti da loro.
I “Pensione Garibaldi” non erano niente male.
Musicalmente dotati (voce, chitarra, basso, batteria, tastiere) dopo molte ore di prova nei garage di casa, decisero di uscire dalle proprie mura e fecero alcuni concerti nei locali di provincia.
Andai a vederli due volte, mi piacevano. Poi, alla fine del liceo, il gruppo si sciolse.

Diversa sorte il gruppo capitanato dal mio amico Fabio. Lui (voce e frontman di bella presenza) capitanava un quartetto (voce, chitarra, basso, batteria) che intendeva proporre un repertorio di rock italiano, con un paio di timidi esperimenti di canzoni scritte da loro. Il nome scelto (si facevano chiamare “Enfisema”) non portò loro molta fortuna. Molte prove nei garage (che io più volte seguii) ma non osarono mai proporsi all’esterno. Erano pessimi.

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Il mio “diario segreto”

[anni ’80]

No, non ho mai avuto un vero “diario segreto”.
Avevo un diario, ma lo tenevo sopra la scrivania senza nasconderlo, e chiunque avrebbe potuto leggerlo o sfogliarlo in qualsiasi occasione. Senza dubbio qualcuno l’avrà fatto.

Ci scrivevo a penna molti testi di canzoni (specialmente inglesi) e brevi pensieri in libertà, ma specialmente incollavo i testi delle canzoni che ritagliavo da “TV Sorrisi e Canzoni” e dal mensile “Musica”.

Per finire incollavo fotografie, anch’esse frutto di meticoloso ritaglio: cantanti, calciatori, e belle ragazze spesso poco vestite (ma nulla di pornografico, data la facile accessibilità al diario stesso).

Facevo male?

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Le perle di Achille

Per quanto il collega Achille dimostri ogni giorno la sua impreparazione su qualsiasi argomento si voglia affrontare, c’è sempre qualcuno che gli presta ascolto.
Questo accade per due semplici motivi: Achille non sta mai zitto ma, contestualmente, è anche un tipo simpatico.

Noi colleghi “storici”, che lo conosciamo – ahimé – da anni, sappiamo come affrontarlo: lo facciamo parlare e cerchiamo di non contraddirlo. Nonostante la sua ignoranza riguardo qualsiasi argomento dello scibile umano, lui è convinto di avere ragione. Gliela lasciamo.
A dargli retta sono in realtà i colleghi più giovani, od anche quei ragazzi che saltuariamente rimangono in Azienda per alcune settimane/mesi in qualità di “stagisti”.

Circa un mese fa abbiamo sentito Achille confabulare a voce alta con uno stagista, un ragazzo che fa l’università e che che svolge lo stage da noi nell’ufficio di Contabilità.
L’argomento era ragazzi/ragazze e sessualità (argomento di cui Achille fa gran vanto di essere esperto).
Achille stava dando a voce alta un suggerimento di vita:

“quando esci di casa devi sempre lavarti bene il peppiniello, perché nella vita non si sa mai, poi magari incontri una, e se il peppiniello non è pulito poi non combini nulla”

Ecco: questo è Achille.
Se volete ve lo presto.
Anzi: ve lo regalo.

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Frasi venete #19: le magliette (parte 3)

Eccovi un’altra carrellata di magliette che propongono alcuni modi di dire tipicamente veneti.
Saprete certamente apprezzare la squisitezza della lingua veneta, che distilla perle di saggezza come queste.

Maglietta #1: “Pensito de farghea?

Traduzione letterale: “Pensi di farcela?”

Si tratta di una domanda scherzosa, solitamente rivolta a chi non sa compiere una azione semplice, o non sa svolgere un compito tutto sommato alla sua portata.

Alcuni esempi.
Il figlio 18enne non riesce a togliere il guscio ad un uovo sodo. “Pensito de farghea?
La figlia di 10 anni deve fare alcune semplici addizioni di matematica. “Pensito de farghea?
Il marito deve avvitare una vite, ma non trova il cacciavite adatto. “Pensito de farghea?
La moglie vuole cambiare canale e mettere nel “50”, ma continua a digitare i numeri sbagliati. “Pensito de farghea?

Maglietta #2: “Ma anca no

Traduzione letterale: “Ma anche no”

Classico fine frase di uno che sa già che non vorrebbe fare una cosa, ma fa credere all’altra persona tutt’altro.

Si capisce meglio con un esempio.
La moglie ti chiede di accompagnarla alla festa di compleanno serale della sua amica, ma a te stanno sugli zebedei sia l’amica, sia suo marito.

Cara, ci sarebbe la finale di Champions, ma non è che mi interessi molto. La tua amica è simpaticissima, e suo marito racconta delle barzellette che sono la fine del mondo. I loro 2 gemelli di 6 anni sono davvero adorabili, e le altre tue amiche parlano a mitraglia, è vero, ma sono sempre gentili verso tutti. Verrei davvero volentieri “ma anca no

Maglietta #3: “Va in mona

Traduzione letterale: non esiste una traduzione letterale

Il termine “mona” individua l’organo genitale femminile.

Mandare qualcuno “in mona”, tuttavia, assume due accezioni diametralmente opposte, una positiva, una negativa.

Accezione positiva

Giochi a carte in coppia con l’amico. L’amico bluffa facendo intendere di avere in mano carte pessime, ma poi ti gioca un Asso che ti fa vincere la partita.
“Va in mona” significa “sei stato grande, davvero, ci ero cascato anch’io”.

Avete ospiti a cena, la moglie adora cucinare ma – caspita! – si accorge solo all’ultimo momento di avere terminato il burro, e ti manda di corsa al negozio di alimentari per prendere una confezione.
Tu la trovi, ma quando rientri le dici che il burro era terminato, ed ormai gli altri negozi sono chiusi. Poi, con nonchalance, le fai vedere che il burro ce l’hai, e stavi solo scherzando.
“Va in mona” (espressione usata sia da uomini che da donne) significa “Bravo che hai trovato il burro, ma mi hai fatto venire un colpo, stai sempre a scherzare. Ora lavati le mani e prepara la tavola”.

Accezione negativa

Il parcheggio del supermercato è pieno, ma noti che una signora sta caricando la spesa in auto e tra poco andrà via. Tu metti la freccia, e aspetti con pazienza che lasci libero il posto. Sul più bello che finalmente puoi parcheggiare, arriva all’ultimo istante il solito idiota che ti frega il posto.
“Va in mona” significa “sei proprio maleducato, io non mi sarei mai comportato in questo modo nei tuoi confronti”.

Finale del campionato di calcio. La tua squadra del cuore deve calciare un rigore all’ultimo minuto: se il calciatore fa gol la tua squadra vincerà il torneo, altrimenti dovrà accontentarsi del 2° posto.
Va a tirare il rigore un giocatore che ne ha già sbagliati parecchi, ma che stranamente gode della stima dell’allenatore.

Tiro! Il portiere para! La tua squadra ha perso.

“Va in mona” significa “già pensavo tu fossi un giocatore scarso ed inaffidabile, ora ci hai fatto pure perdere il torneo. Mi auguro tu vada via e di non vederti mai più indossare la maglia della mia squadra del cuore”.

Maglietta #4: “FTM

Si tratta di un acronimo, che sta per “Figa To Mare” abbreviazione della frase “Va in Figa de to Mare”.

La parola “figa” anche in questo caso individua l’organo genitale femminile, mentre “mare” significa “madre, mamma”.
Per cui “Figa To Mare” è un po’ come il “Motherfucker” anglosassone.
Molto offensivo.

Tuttavia, nonostante FTM sia tutt’altro che un invito a cena, esso è un modo di dire molto diffuso, sia tra maschietti che tra femminucce.
FTM lo si dice a bassa voce al proprio capo, lo si urla rivolgendosi alla TV quando il politico di turno dice le solite cazzate, lo si lancia all’arbitro che ti ha fischiato un rigore contro, lo si dice all’ex amica che incontri per strada e ti fa una smorfia.
FTM è un passe-partout, una offesa valida per tutte le stagioni.

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“Fiore”

Ho trascorso l’isolamento Covid a casa di mio padre, rinchiuso in quella che per tanti anni, da bambino e da ragazzo, era “la mia cameretta”.
I primi giorni i sintomi non mi permettevano di far nulla, poi piano piano ho sentito il bisogno di leggere almeno un po’, anche solo per far passare il tempo.
Nulla di impegnativo, il mal di testa non mi permetteva letture complicate, pertanto ho optato per leggere un libro presente nella mia vecchia libreria che nemmeno da ragazzo avevo mai sfogliato, perché non mi aveva mai attratto.

Io da ragazzo amavo le letture avventurose, oppure leggevo libri che parlavano di animali/scienze/astronomia/geografia ovviamente adatti alla mia età.
Niente “Piccolo Lord”, “Incompreso” e tristezze del genere, per capirsi.
“Fiore” era un libro triste. Lo sapevo. Pertanto non lo lessi mai.
L’ho letto ora.

Intanto c’è da dire una cosa. L’edizione tra le mie mani è datata 1938: questo libro non venne regalato a me, ma a mio padre quand’era bambino.
E si trattava di una edizione “di pregio”, rilegata in stoffa, tant’è che il prezzo scritto a matita nelle ultime pagine (£ 30) era a quel tempo assolutamente elevato. Ho altri libri di quell’epoca, stampati in edizione economica, il cui prezzo varia tra le 4 e le 7 Lire.
L’autore è un certo Giuseppe Fanciulli, scrittore di libri per ragazzi vissuto tra il 1881 ed il 1951.


L’anno di pubblicazione


Il prezzo scritto a matita

Il libro presenta uno stile ed una grammatica oggi totalmente superati. Direi normale, dato che è stato scritto quasi un secolo fa. Ed è noioso all’inverosimile.
Sulla falsariga di molti racconti dell’epoca, Fiore è un ragazzino di 12 anni rimasto orfano dei genitori, ed adottato dagli zii che gestiscono una grande azienda agricola.
Trapiantato in un paese che non conosce, in mezzo a persone che non conosce, trascorre le giornate a guardare gli altri che lavorano.
Inadatto alle mansioni contadine, lo zio lo manda a studiare “i numeri” per vedere se potrà un giorno prendere in mano la contabilità dell’azienda, ma anche con i numeri Fiore dimostra poca dimestichezza.
Diventato amico del parroco, troverà la vocazione per diventare organista, nonostante l’opposizione dello zio.
Non manca il colpo di scena finale: la cuginetta paralitica- di nome Stellina – sentendolo suonare l’organo, si alza in piedi commossa ed inizia a camminare.

La somiglianza con la storia di Heidi (pubblicata alcuni decenni prima) è molto evidente, così come la figura di Stellina è identica a quella di Clara, l’amica di Heidi che piano piano ricomincia a camminare.
L’Autore descrive il protagonista sempre con toni mirabili ed affettuosi, e questo lo rende palesemente antipatico.
Fiore che guarda gli altri che lavorano e li saluta, Fiore che va a trovare i bambini della altre famiglie, Fiore che racconta le storie, Fiore che suona, Fiore che canta, Fiore che è benvoluto da tutti: una perfezione che invece di renderlo simpatico ottiene l’effetto esattamente contrario.
Ma è un libro di quasi 100 anni fa che senza dubbio andava incontro ai gusti dell’epoca. Ed anche se a mio avviso non è per nulla originale, capisco che contenga un intento pedagogico.

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