L’Ipnotista

Vado subito al dunque: il libro non è brutto, ed infatti è stato molto incensato da pubblico e critica, ma a me non ha convinto del tutto.
La trama si snoda in due direzioni:
– la strage di una famiglia che vede come maggiore indiziato il figlio sopravvissuto
– un ipnotista che subisce il rapimento del figlio
Ma il legame tra queste due situazioni è davvero sottile, si tratta quasi di due “storie” indipendenti, e benché il lettore sia portato a credere vi siano legami tra esse, alla fine ci si accorge che non ve ne sono affatto.
Questo, secondo me, confonde un po’ il lettore, che alla fin fine si trova a seguire due storie nello stesso libro (benché l’ipnotista appaia in entrambe).
Avrei personalmente preferito che la trama si concentrasse solo sul rapimento di Benjamin (figlio dell’ipnotista), magari arricchendo un po’ la trama, senza necessità di divagare su un delitto che, ai fini del racconto, non porta da nessuna parte.

Con questa mia critica ancora in testa, ho deciso di vedere il film immediatamente dopo aver letto il libro.
Il film prende spunto dal libro, ma non ne ricalca fedelmente la trama. Come spesso accade nelle trasposizioni cinematografiche di un libro, molti personaggi vengono cancellati, e molte situazioni secondarie vengono tralasciate.
Da questo punto di vista il film fa un ottimo lavoro ed anzi, modificando anche in modo sostanziale alcuni aspetti del libro, ne trae una trama più lineare e logica.
Sarebbe tutto molto positivo, se non fosse che lo spettatore “ignaro” del libro molte situazioni era impossibile che le capisse: si dava infatti per scontato che uno avesse letto il libro, perché alcune scene davano per scontato che si sapesse il “chi” ed il “perché”. Non mi meraviglia dunque che, in generale, la critica al film abbia dedicato voti medio-bassi.
Ed anche i miei voti, sia per il libro che per il film, non vanno oltre un 6= (sei meno meno), per una sufficienza davvero stiracchiata.

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Le perle di Achille

Il collega Achille ogni tanto ci delizia con aneddoti legati al suo passato, in particolare vantandosi delle proprie doti amatorie.
Le sue esagerazioni, quando ci racconta le sue performances, sono al limite del farsesco.
Quanto capitatogli 30 anni fa, tuttavia, sembra sia assolutamente vero, perché è la 20ma volta che ce lo racconta e sempre con gli stessi particolari.

In pratica insieme a 3 amici conoscono una tipa, soprannominata “Betty labbra”, la quale promette a tutti e 4 un “servizietto orale” indimenticabile.
Vanno a sorte, e ad Achille capita di essere l’ultimo dei 4.
Betty “esaudisce” il 1° amico, poi il 2°, infine il 3°.
Tocca ad Achille.
Entra nella stanza tutto eccitato dove Betty lo sta aspettando, ma improvvisamente lei si mette a piangere e chiede di essere accompagnata a casa.
Achille racconta di non aver più saputo che fare.

“Il peppiniello si è ammosciato in 2 secondi” ammette senza giri di parole “e poi mi è pure toccato consolarla”.
Come è finita la serata? I 3 amici in birreria ed Achille che accompagna a casa Betty piangente la quale alla fine lo saluta con un “tu si che sei un vero amico”.

Ad Achille girano ancora gli zebedei dopo 30 anni.


Immagine sottilmente allusiva ma senza cadere nel volgare o nel pornografico

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Il mio primo bacio

Mi sono svegliato tardi.

Durante la fase di sviluppo non ero per nulla “desiderabile”: statura bassa e brufoli rappresentavano un formidabile deterrente per le ragazze nei miei confronti.
Poi, dai 16 ai 18 anni, fu la timidezza a trattenermi nei confronti delle ragazze. Avevo delle enormi simpatie, tra l’altro anche ricambiate, ma ero un incapace durante la fase di approccio per cui mentre la maggior parte dei miei coetanei non solo baciavano, ma facevano anche cose molto più interessanti, io rimanevo chiuso nel mio guscio.

Il primo bacio arrivò quasi inaspettato, durante una festa di capodanno.
Ornella aveva 16 anni, io 19.
Ballammo insieme ed infine fu lei, in pratica, a baciarmi.
Quindi al primo bacio, nell’arco di poche ore, ne seguirono almeno altri 99.

Ornella non era bellissima di viso (anche se nemmeno brutta), ma di eccezionale aveva il corpo, con delle curve incredibili che per un “principiante assoluto” come me apparivano come un miracolo della natura.
Ci frequentammo 2-3 mesi, poi la persi di vista.

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Una simpatica proposta: la “ottimana”

L’attesa del weekend talvolta è spasmodica.
Le giornate lavorative non ci danno tregua, i problemi del vivere quotidiano non ci abbandonano mai, e tutti noi aneliamo al fatidico arrivo del “venerdì”.
Certo. Molti di noi lavorano anche (o specialmente) nel weekend, ma la maggior parte delle persone nel fine settimana ha la possibilità di tirare un po’ il fiato, e nonostante le doverose spese e pulizie di casa, il tempo che possiamo dedicare a noi stessi è certamente maggiore rispetto a quello dei giorni precedenti.
Tuttavia questo tempo per noi stessi non è mai abbastanza.
Non riusciamo nel giro del weekend a fare tutto ciò che desidereremmo, e quando torna inesorabile il lunedì ci rendiamo conto che alcune iniziative le abbiamo dovute cancellare o posticipare al weekend successivo.

Ecco dunque la mia proposta.

Bisogna allungare la settimana da 7 a 8 giorni (dunque non sarebbe più ‘tecnicamente’ una “settimana”, ma diventerebbe una “ottimana”), ed il giorno supplementare non sarebbe dedicato al lavoro, ma verrebbe destinato realmente a noi stessi.
Io il giorno da aggiungere lo posizionerei tra il ‘Venerdì’ ed il ‘Sabato’, ed entrerebbe a far parte a tutti gli affetti del weekend.
Quanto più rilassati saremmo? Potremmo andare in palestra, fare una passeggiata in più, andare a trovare l’amico lontano, starcene a casa a dormire, leggere un libro al parco, stare un po’ più con i figli o con i genitori, fare un po’ più attività sessuale con il partner, andare al cinema.
Per il nome di questo nuovo giorno prenderei ancora spunto dal sistema solare, magari chiamandolo ‘Urandì’, ma si accettano proposte.


“Che bello il weekend molto lungo”

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Saturday Pop. Duran Duran: “The Wild Boys”

Nel regno Unito erano già molto famosi, avevano già pubblicato 3 album (piazzatisi al 3°, al 2° ed al 1° posto della classifica) ed anche di singoli ne erano stati pubblicati parecchi (ben 11) con 2 primi posti (“Is There Something I Should Know?” e “The Reflex”).

Ma il vero botto, almeno in Italia, arriva con il 4° album Arena ed in particolare con “The Wild Boys”, brano che li ha resi davvero famosissimi e con uno stuolo di fans (specialmente ragazze) praticamente infinito.
La loro presenza a Sanremo nel 1985 fu straordinaria, con migliaia di fans urlanti ad accoglierli. Cantarono proprio “The Wild Boys” mandando in visibilio il pubblico del teatro ed il pubblico a casa.

Il cantante Simon Le Bon era talmente famoso che uscì nel 1985 il libro “Sposerò Simon Le Bon”, seguito l’anno dopo dall’omonimo film.
“The Wild Boys” fu il primo singolo dei Duran Duran a raggiungere il 1° posto in Italia, negli anni a venire raggiungeranno la vetta della classifica anche “A View to a Kill”, “Notorious” e “I Don’t Want Your Love”.
Strano a dirsi, il brano in UK raggiunse solo il 2° posto in classifica, dietro “I Feel For You” di Chaka Khan.

Il video era *famosissimo*, non c’era persona dagli 0 ai 99 anni che non l’avesse visto, era costato molto (più di 1 milione di sterline, cifra altissima per l’epoca), e vedeva i “Duran” vestiti con abiti laceri, imprigionati ed alle prese con degli strani umanoidi (un evidente richiamo al libro “The Wild Boys” di William Burroughs pubblicato nel 1971), e con l’intenzione di sceneggiare in seguito un intero film (cosa che tuttavia non sarebbe mai stata fatta).
MTV e VideoMusic erano nate da poco, e stavano riscuotendo un successo immenso tra le giovani generazioni. Se ne giovarono ovviamente anche i Duran Duran il cui video di “The Wild Boys” era trasmesso più volte al giorno.

Piccolo segreto: festa di carnevale al patronato (siamo nel 1985) io ed i miei amici ci vestiamo da… “wild boys” con tanto di colori e trucchi vari.
Ne ho ancora gli incubi.

Duran Duran
The Wild Boys
7″
anno: 1984
etichetta: Parlophone
codice: DURAN 3

A The Wild Boys
B (I’m Looking For) Cracks In The Pavement (1984)

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Gli “amici del mare”

Ho trascorso molte estati a Cesenatico, dove ero solito soggiornare per tutto il mese di Luglio insieme alla famiglia.
Tutto ciò è accaduto senza interruzione dai 9 fino ai 18 anni, quando a causa dell’esame di maturità dovetti saltare.
Dai 19 anni in poi tutto cambiò: università, morosa e poi il lavoro mi impedirono di dare continuità a questa piacevole abitudine vacanziera.
Non stavamo in albergo: papà prendeva in affitto per un mese intero un miniappartamento, che risultava abbastanza economico per poter concedere 31 giorni di
relax a tutta la famiglia.

Negli anni riuscii a crearmi una cerchia di amici molto affiatata, al punto che ci si sentiva anche durante l’anno, talvolta andandosi a trovare l’uno con l’altro. Per qualche tacito accordo ci si ritrovava tutti immancabilmente il 1° Luglio di ogni anno, e più o meno tutti rimanevano a Cesenatico per l’intero mese.
Io ero l’unico padovano, poi c’erano Cris da Milano, Mirco, Massimo e Richard da Bologna, Silvia da Casalecchio, Laura e Federica da Bresso, Viola e Ambra da Verona, Liviano da Cesenatico (giocava in casa), Woody, Marco e Carlo da Brescia, Igor da Rovigo, Leonardo da Firenze, Pasquale da Napoli, e molti altri.
Una bella comitiva, davvero.
Eravamo molto amici, e con alcuni di essi lo sono ancora: ci si sente con una certa frequenza, ci si telefona e (più raramente) ci si vede di persona.

Mi sono capitate tra le mani alcune foto di quel periodo: che belli che eravamo!
Belli perché giovani, perché pieni di speranze, perché cercavamo di farci strada nel mondo.
Di alcuni di loro ho perso le tracce ed anche Cris e Mirco (gli amici più stretti) non sanno che fine abbiano fatto.
Altri hanno avuto peripezie: chi un tumore (uscendone vittorioso), chi ha divorziato, chi non ha lavoro. Richard è morto giovane, ed io ricordo quando lui con il tipico accento bolognese mi invitava a giocare nel suo appartamento con i suoi videogiochi.

Nonostante io, a dispetto di ogni legge dei grandi numeri, non sia MAI riuscito neppure a baciare in tanti anni una ragazza, devo dire che si è tratto di un periodo stupendo, forse di illusione, ma certamente di amicizia e divertimento.

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Comune sparso

Quando pensavo di non potermi più stupire di nulla riguardo le città italiane, ecco che scopro l’esistenza dei “Comuni sparsi”.
Si tratta di alcuni comuni italiani il cui nome non individua territorialmente la frazione dove ha sede il Municipio.
Si capisce meglio con alcuni esempi, anche perché si possono individuare 3 sottocasi.

Comune sparso #1: denominazione multipla
Esempi: il comune di “Revine Lago” in provincia di Rovigo (formato dalle due frazioni chiamate appunto “Revine” e “Lago”), oppure il comune di “Guidonia Montecelio” in provincia di Roma (formato da una decina di frazioni tra cui quelle di “Guidonia” e di “Montecelio”).
In entrambi i casi la sede comunale non si trova né a “Revine Lago” né a “Guidonia Montecelio” perché non esiste una frazione che abbia esattamente questo nome

Comune sparso #2: frazione senza sede comunale
Esempi: comune di “Gazzo Veronese” in provincia di Verona (esiste la frazione chiamata “Gazzo Veronese” ma la sede comunale è nella frazione “Roncanova”), oppure il comune di “Cadoneghe” in provincia di Padova (anche in questo caso esiste la frazione chiamata “Cadoneghe” ma la sede del comune si trova a “Mejaniga”)

Comune sparso #3: frazione inesistente
Esempi: comune di “Monrupino” in provincia di Trieste (formato dalle frazioni “Col”, “Fernetti” e “Repen”, dunque non esiste alcuna frazione chiamata “Monrupino”), comune di “Valdastico” in provincia di Vicenza (formato dalle frazioni “Forni”, “Pedescala” e “San Pietro”, ed anche qui non esiste una frazione che si chiama “Valdastico”)

Stranezze italiane.


Chiesetta a Monrupino

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Frasi venete #10

Non è vero che la particolare cadenza della parlata veneta sia dovuta ad un abuso di vino ed alcolici.
O, almeno, è vero solo qualche volta.
Il dialetto veneto, invece, è in grado di far capire la spontaneità di noi veneti, con dei modi di dire molto diretti ed incisivi di cui vi propongo ora alcuni esempi.

#1 Bocia, gambe in spàea e caminare!
Traduzione letterale: ragazzo, gambe in spalle e camminare!
Quando si usa: ti stai facendo aiutare dal figlio a portare alcune borse della spesa, e mentre tu riesci ad emulare la Dea Kalì trasportandone 2 con la mano sinistra e 2 con la mano destra, lui si lamenta perché la sua unica borsa “è pesante”. Poiché non riesci a menarlo (hai la mani occupate) lo inviti con educazione a camminare senza indugio

#2 Desso tiro fora a savata
Traduzione letterale: ora tiro fuori la ciabatta
Quando si usa: vi è un momento in cui anche i genitori hanno diritto ad un quarto d’ora di relax seduti in poltrona. Quindici minuti che vanno rispettati da tutti, figli in primis. Nemmeno se uno dei figli ne combina una (tipico: mangiare alcuni biscotti stando in piedi e seminando briciole ovunque) il genitore si alza, perché questo quarto d’ora è sacro. L’unica minaccia può essere il famigerato “lancio della ciabatta”, che ogni figlio minorenne teme
come fosse un missile tomahawk

#3 Va in stramona
Traduzione letterale: impossibile tradurre letteralmente il termine “stramona”.
“Mona” sarebbe l’apparato riproduttore femminile, “stramona” sarebbe una sorta di “superlativo” del termine “mona”, che tuttavia non è un aggettivo, e per questo motivo non potrebbe avere il superlativo. Diciamo che potrebbe generalmente venire tradotto con “vai molto in mona”, per capirsi
Quando si usa: frase utilizzabile in molte occasioni.
Giochi a calcio, sei libero in area di rigore avversaria, ma il compagno di squadra invece di passarti il pallone tira in porta mancando clamorosamente il gol. Oppure giochi a “briscola” in coppia, fai segno al compagno di tirare “liscio”, e lui invece ti esce con un “carico”.
Ecco, situazioni di questo tipo

#4 Dei… disi qualcosa
Traduzione letterale: Dai… dì qualcosa
Quando si usa: frase che si pronuncia quasi come sfida nei confronti di un familiare “beccato in castagna”. Esempio: il figlio nega di fumare nonostante il suo maglione abbia un pessimo odore. Il genitore apre *casualmente* un cassetto e trova l’accendino…

#5 Fa l’ometo
Traduzione letterale: Comportati da grande
Quando si usa: porti il figlio di 6 anni a fare la vaccinazione, e lui si rende conto perfettamente che sta per capitare “qualcosa” perché la metà dei bambini sta piangendo in modo disperato. La mamma cerca di tranquillizzare il figlio chiedendogli di comportarsi da “bambino grande” e promettendogli in seguito un bel giro sulle giostrine al parco giochi

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Nostra Signora

Quel giorno pioveva.
Una pioggia lenta, leggera, un po’ fastidiosa, ma tutto sommato sopportabile.
Era il 12 giugno 2012, ma non perché io abbia una memoria così tenace, mi vengono in aiuto le date legate alle foto digitali che quel giorno scattai.

Annoiavo (come al solito) il Figlio ed MDM (Mia Dolce Metà) leggendo la guida di Parigi a voce alta: “La Cattedrale di Notre Dame, il più importante luogo di culto di Parigi e di tutta la Francia, bla bla bla…”.
“Smettila ed entriamo. Piove ed è sicuramente meravigliosa”.

Ero emozionato, così come quando entrai a San Pietro o a Westminster. Respiravo storia, arte e religione a pieni polmoni, ed entrando non potevi che rimanere a bocca aperta. Mi colpirono molto le vetrate, i lampadari, e il meraviglioso altare che rappresenta la Pietà.

Prometto solennemente al mondo intero che quando la Nostra Signora verrà restaurata, tornerò a visitarla.
I francesi mi stanno terribilmente sugli zebedei, ma oggi sono anch’io un francese, ed anch’io piango insieme a loro mettendo definitivamente da parte ogni antipatia.

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Å U Y

Se da ragazzi avete sempre odiato andare in vacanza a “San Benedetto Del Tronto” perché scrivere sulla cartolina “Tanti saluti da San Benedetto Del Tronto” era per voi una seccatura, ecco i luoghi di vacanza che fanno per voi.

In Norvegia esiste una ridente cittadina che si chiama semplicemente Å.
Un po’ scomoda come collocazione, tale cittadina ospita il “Museo dello stoccafisso delle Lofoten” (l’arcipelago dove si trova il villaggio di Å) ed il “Museo norvegese dei villaggi di pescatori”.
Qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di due musei noiosi all’inverosimile.
Avrebbe ragione.
Ma volete mettere la soddisfazione di inviare una cartolina, o anche uno stupido selfie, con scritto “Saluti da Å”?

(a proposito attenzione, momento culturale: Å non è la prima, bensì è l’ultima lettera dall’alfabeto norvegese. Non chiedetemene il motivo)

Se odiate il freddo e le città con il nome lungo, allora in Micronesia c’è il paese che fa per voi: U.
“Lievemente” complicato raggiungerlo, ma se amate i voli aerei di 22 ore con 3 scali, e poi siete abili con la pagaia, non dovreste avere problemi.
Wiki dice che a U ci sono anche degli hotel, senza dire quanti.
Andateci, contateli, e poi fatemi sapere.

Se invece non volete fare troppa strada, nella vicina Francia troverete una cittadina chiamata Y, famosa in tutta la nazione perché si trova al bivio tra le strade statali D15 e D615.
Se andate ad abitarci, potrete anche voi vantarvi con gli amici di essere un “ypsilonien”, così come vengono scherzosamente chiamati gli abitanti di Y.

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