La bottiglia d’acqua

La prima colica renale arrivò del tutto inaspettatamente nel 1995, avevo 26 anni, e questo dolore lancinante non avevo idea da dove provenisse. Si pensò quasi all’appendicite (le mie coliche renali mi hanno sempre portato un dolore acuto all’addome, mai alla schiena) ma al primo ricovero ospedaliero venne chiarito che si trattava di coliche dovute a ‘renella’ formatasi a livello renale. Io infatti non ho mai avuto veri e propri calcoli renali, ma sempre e solo ‘renella’.

Tra il 1995 ed il 1996 le coliche renali furono 5, ed altrettanti i ricoveri ospedalieri al pronto soccorso. La quinta volta mi tennero lì per due settimane, facendomi tutti gli esami possibili e immaginabili.
Venne trovata una ‘cura’: due settimane alle fonti di Recoaro, a bere acqua come un cammello. La famosa cura idropinica.
Al termine delle due settimane mi venne consigliato di iniziare ad abituarmi a bere acqua spesso, portando sempre con me una bottiglia in ufficio. Iniziai a farlo.

Le coliche all’inizio scomparvero, poi verso il 2005 iniziarono a ricomparire dolorosissime e le corse al pronto soccorso ricominciarono.
Iniziai ad essere più costante nel bere l’acqua, portando sempre con me anche una bottiglietta da mezzo litro ovunque andassi, anche solo fosse una passeggiata. Non è più un peso per me bere abbondantemente, sento proprio il bisogno non tanto di dissetarmi, quanto di purificarmi, e una bottiglia da litro e mezzo troneggia ormai da anni sulla mia scrivania al lavoro ricordandomi (qualora mi stessi dimenticando) che una sorsata ogni 30 minuti va fatta.
L’ultima colica l’ho avuta quasi due anni fa, ma purtroppo vivo sempre con la paura che me ne venga un’altra, il minimo dolorino addominale di un certo tipo mi mette in allarme e mi impaurisce. Anche per questo motivo avevo paura del lungo volo in aereo per le ultime vacanze, perché dicevo a me stesso “e se mi viene una colica durante il volo?”.

Bevo molto anche a casa.
Un bicchiere d’acqua fresca lo ingerisco appena svegliato ogni mattina, e prima di andare a letto se non mi faccio una camomilla o un infuso mi bevo comunque un bicchierone d’acqua. Ogni notte, tra le tre e le quattro, sento un urgente bisogno di fare pipì, questo è l’unico aspetto negativo.


Bere molto fa sicuramente bene

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Il fantasma di me stesso

Una stanza poco arredata, un letto. Lo condividevo con te nei fine settimana.
Libri e dischi, risate. Uscivamo per lo shopping e poi andavamo nel locale che tanto amavamo.
Dalla finestra vedo la gente per strada, bambini che giocano, sento la sirena della polizia.
Ma le tue cose non ci sono più, le hai messe in valigia e non sei più tornata.
Se mi giro vedo il fantasma di me stesso, con quel sorriso che oggi non ho più.
Sento la tua mancanza.
Posso solo voltarmi e chiedere al mio fantasma dove ho sbagliato.


Nulla di autobiografico, solo un racconto

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My music. International Chrysis: Rebel Rebel

Sono difficili da spiegare le mie sensazioni legate a questo disco.

Ero in gita a Firenze a metà degli anni ’90, ed invece di andare alla ricerca delle opere d’arte io andavo in cerca dei negozi di dischi.
Dovete sapere che io ero/sono fan sfegatato dei Pet Shop Boys ma anche dei Dead Or Alive, mio primissimo gruppo inglese che iniziai a seguire e collezionare. Li amavo davvero, tant’è che in ogni negozio in cui entravo chiedevo “avete dischi dei Dead Or Alive e dei Pet Shop Boys?”.

Ora, sono a Firenze, entro in un negozio ed il tipo, che mi sembrava comunque molto preparato, mi si avvicina come per farmi le condoglianze e mi dice “il gruppo si è sciolto, i Dead Or Alive non esistono più”.

Apriti cielo!

Non esisteva internet, le poche informazioni legate ai miei beniamini arrivavano o dalle radio o dai pochi giornali di musica pop, come per esempio “Tutto”, che era comunque mensile ed usciva con molte notizie già datate e qualche anticipazione.
Come per rincuorarmi mi incalza dicendo: “Pete Burns ha un nuovo gruppo, gli “International Chrysis”, e questo è “Rebel Rebel” il loro primo singolo”.
Non ne ho voluto sapere, sono uscito dal negozio frastornato – quasi affranto – e desideroso di avere ulteriori informazioni.
In realtà i Dead Or Alive non si erano sciolti, ma stavano passando un momento burrascoso perché 2 dei 4 membri originari avevano lasciato la band.
Alla ricerca di un nuovo contratto discografico, Pete Burns (il leader) aveva pensato di uscire con questo disco in vista della preparazione di un nuovo album sempre con il nome Dead Or Alive. “International Chrysis” era lo pseudonimo di un famoso transessuale americano morto pochi anni prima.
Il singolo di “Rebel Rebel”, cover di un brano di David Bowie del 1974, lo comperai non senza difficoltà molti anni dopo.

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Sto perdendo i capelli

Da parte di mio padre, zii e cugini sono tutti capelloni.
Sfoggiano chiome invidiabili anche ad età matura.

Da parte di mia madre, la maggior parte degli zii sfoggiano invece pelate luccicanti, ed anche molti cugini seguono a ruota.

Secondo voi a quale parentela potevo assomigliare?

(un sentito grazie al diidrotestosterone 5α-DHT)


Nessuna parentela

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Barabba

Gesù o Barabba?

Magari senza accorgercene ognuno di noi sceglie Barabba tutti i giorni, quando non diamo attenzione a chi ce la chiede, quando preferiamo chiudere gli occhi davanti ai drammi che ci circondano, quando preferiamo la strada più facile verso la mediocrità rispetto a quella più
ardua ma che ci eleva.

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Pensierini

Dare le medicine al gatto per via orale è una esperienza di difficoltà estrema

I cantanti di Amici sembra abbiano invaso il pianeta Terra, sono ovunque, anche al supermercato dietro casa

Ogni tanto la sera guardo qualche spezzone di Techetechetè, il programma Rai con i filmati d’archivio. Mentre io mi diletto a guardare Walter Chiari, Bice Valori, il Quartetto Cetra, mio figlio mi prende per il culo deride chiedendomi “Ma come fai a guardare una cosa simile? E ti diverti pure!”

Se avesse preso Marine Le Pen le stesse decisioni di Macron, sarebbe stata messa al bando da tutta Europa, al grido di fascista.
AHHH, ma lo fa Macron, figo, giovane, En March!, sposato con mia nonna.

Ho comperato per assaggiarlo il “Salame vegetariano”, prodotto utilizzando proteine derivate da funghi e legumi: soprassediamo

Ma quanto gnocca è la cantante Dua Lipa?

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Telefilm e Serie TV

Sento spesso parlare di Serie TV, ma io in effetti non ne seguo nemmeno una, mi sembra di essere una mosca bianca.
Breaking Bad? Il Trono Di Spade? The Walking Dead?
No, non fanno per me. A parte il fatto che non posseggo né Sky né Premium (e questo mi taglia fuori da tutte le nuove programmazioni) io non guardo neppure le repliche nei canali convenzionali, dato che non mi attraggono per nulla.

Ma non è sempre stato così.
Noi li chiamavamo ‘telefilm’, ma in effetti – seppur con sceneggiature e obiettivi del tutto differenti – le serie TV esistono da molti decenni.
Il più famoso forse era “Happy Days”, che fece entrare la classica famiglia americana nei nostri televisori. Ma poi c’era “Arnold” (papà vedovo e figli adottati), “I Jefferson” (emancipata famiglia di colore), “I Robinson” (di colore ed acculturati), “Sanford and Son” (padre e figlio sgarruppati) e decine d’altri tra cui “Casa Keaton” che era il mio preferito.

I telefilm erano più ‘ingenui’ rispetto alle Serie TV, e spesso il loro obiettivo era solo ‘divertire’ o al massimo portare a galla qualche problematica sociale o familiare, con il classico finale a lieto fine. Le serie TV invece sono delle specie di film a puntate, e l’elemento comico è spesso accantonato, a favore di altre tematiche: avventura, amore, medicina, fantascienza.
I telefilm erano nella maggior parter ‘low budget’, mentre le Serie TV godono di investimenti elevati al pari (o forse più) di molti film hollywoodiani.
Gli attori dei telefilm non erano famosi ‘in partenza’, ma lo diventavano mano a mano che il telefilm stesso diventava famoso, mentre le serie TV si fanno spesso forza sulla presenza di attori già noti e graditi al grande pubblico.

Ma allora, come mai guardavo i telefilm, ma evito le serie TV?
Forse non ne ho il tempo, forse ho paura che – visti un paio di episodi – diventi quasi doveroso seguire la serie completa quasi fosse una droga, forse preferisco dedicare il mio tempo libero (non molto, purtroppo) ad altre attività (musica, web, libri, calcio).

E voi, che rapporto avete con le serie TV?

“Demente”

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C’è buco e buco…

Posso giustificare una ricerca scientifica come questa solo per questi tre motivi:
– noia
– caldo
– deviazione mentale

Sì, perché il luminare Dr. G.A. Norfolk dell’Università inglese di Bristol, ha voluto capire se fosse vero che durante un rapporto eterosessuale gli uomini possano ‘sbagliare buco’ e casualmente arrivare ad un ‘rapporto anale accidentale‘.
Senza alcuna vergogna 512 persone intervistate hanno risposto a questa scabrosa domanda, ottenendo come risultato che al 7,2% degli uomini sia capitato almeno una volta di ‘sbagliare buco’, mentre il 10,4% delle donne ha confessato di essere rimasta ‘vittima’ di questo errore.
Di quelli a cui è capitato, ben il 43% ha ammesso di essere stato ubriaco (o ubriaca) al momento dell’errore.
Se volete contattare il Dr. Norfolk per approfondimenti sulla interessante materia, il suo indirizzo mail (vero) è guy.norfolk@btinternet.com


La foto non c’entra nulla con l’argomento. Meglio così

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Le regole del risparmio

Al giorno d’oggi l’attenzione per come spendiamo i soldi è certamente elevata, e i consigli per risparmiare qualche Euro ci arrivano da ogni parte.
In questo sito per esempio vengono elencate 10 regole che ci permetterebbero di ridurre le spese mensili consentendoci risparmi più o meno consistenti: fare la spesa in modo intelligente, non chiedere prestiti inutili, non lasciarsi influenzare dalla pubblicità, occhio alle assicurazioni ed agli sprechi.

Tutto giusto, per carità, ma secondo me le vere regole da seguire sono altre:
– mai fare il passo più lungo della gamba: se non te lo puoi permettere, soprassiedi
– scegliere gli acquisti più o meno costosi con intelligenza: iPhone da 799 Euro a tutti i costi? Non va bene un Samsung (o un modello analogo) da 229?
– occhio alla bolletta: in inverno in casa ci devono essere per forza 24 gradi?

Non sono mai stato spilorcio, i soldi se è necessario li spendo eccome, ma mi sono sempre opposto agli acquisti “alla moda” seguendo la marca più in voga o il prodotto più celebrato.
Semmai questo concetto a volte è difficile farlo capire al figlio.
Piuttosto, se riesco a risparmiare qualcosa, alla fine dell’anno organizzo un bel viaggio.
Preferisco spendere i soldi in questo modo invece di avere un vestito firmato, un orologio costoso o uno smarphone con la mela.

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La stagista

La legge 107 del 2015 (definita “La Buona Scuola”) prevede per i ragazzi del triennio superiore un monte-ore di stage (dalle 200 alle 400 ore) da impiegare presso una azienda, in virtù di una alternanza scuola/lavoro che nelle intenzioni dovrebbe servire ai ragazzi per fare un po’ di esperienza nel mondo del lavoro.

Nel mio ufficio vi è da tre settimane una giovane ragazza di 17 anni, seguita non da noi (“servizi informatici”) ma dalle colleghe dell’ufficio “rapporti con il pubblico”.
Ebbene questa ragazza, con la quale di tanto in tanto ci scambiamo due parole, ci ha confermato che il suo unico compito da svolgere riguarda confrontare le migliaia di anagrafiche aziendali presenti nel nostro database con quelle contenute in un enorme file excel prodotto dalla Camera di Commercio provinciale. Un lavoro noiosissimo, ripetitivo, snervante e praticamente infinito che lei dovrà svolgere per 8 ore al giorno per 4 settimane.
Ma secondo voi, tutto questo a cosa serve? A noi come Azienda ben poco (troverà al massimo una decina di variazioni al giorno, una goccia nel mare), a lei come studentessa ancora meno. Lo fa solo perché obbligata, perché queste 160 ore le deve fare volente o nolente, e lei ormai si è messa il cuore in pace.
Non nego che per qualche studente (magari di scuole professionali) questa esperienza “lavorativa” possa risultare maggiormente utile, ma a me vedere questa ragazza sbuffare annoiata fa girare parecchio le palle.


Ecco invece una brava stagista che non si deconcentra per nessun motivo

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