Echi famigliari

Credo che la lingua italiana sia tra le più belle al mondo, piena di sfumature e dal suono gradevole.
Non è semplicissima dal punto di vista grammaticale; l’inglese, per esempio, è 10 volte più semplice da imparare.
Proprio perché la nostra lingua è bella, essa non solo va valorizzata, ma anche rispettata.

Il congiuntivo è il primo aspetto che mi viene in mente. Brutalizzato da grandi e piccini, anche nei giornali viene spesso accantonato. Non parliamo poi delle interviste televisive.

I neologismi, per lo più di origine anglofona, sono un’altra piaga. Non ne faccio ora un elenco, si trovano ovunque e li trovo aberranti.

E poi ci sono alcune parole che vengono storpiate, la cui grafia errata viene ormai accettata con noncuranza dai lettori.

Un po’ di tempo fa lessi sul quotidiano “Repubblica” un paio di articoli, su uno dei quali veniva più volte ripetuta la parola “echi”, mentre su un altro emergeva prepotente l’aggettivo “famigliare”.
Ora, io non è che appartenga alla “Accademia della Crusca”, ma se vogliamo rispettare l’italiano bisogna anche stare attenti a usarlo in modo corretto.
Preso da sdegno, scrissi a Vittorio Zucconi, esprimendogli il mio pensiero sull’uso un po’ troppo libero di questi due termini.
Non mi attendevo alcuna risposta, però mi rispose.
Mi diede ragione con riserva, dicendomi che ormai molti vocabolari accettano l’utilizzo sia di “echi” che di “famigliari”, pur confermando che la forma più corretta sarebbe appunto “le eco” (femminile anche per il plurale) e “familiari” (dal latino “familiaris”).

Non metto in dubbio la sua risposta ed il suo autorevole punto di vista.
Resta il fatto che io per queste due parole rimango un talebano della lingua italiana, pertanto continuerò ad usare “le eco” e “familiari” nonostante tutto.


La ninfa Eco. Femmina

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I primi giornaletti porno

Quand’ero ragazzo non esisteva internet, e già solo vedere una tetta di Edvige Fenech in TV ci mandava in estasi.
Anche la pagina dei reggiseni e degli slip su Postal Market era per molti di noi fonte di ispirazione.
La scoperta dei giornaletti porno, tuttavia, fu alquanto strana.

Io le scuole medie le feci in un istituto gestito dai preti, con adiacente seminario. Era una scuola a tempo pieno: mangiavamo (terribilmente) in refettorio, avevamo 60 minuti di pausa, e poi iniziavamo le lezioni pomeridiane.
Fu proprio durante una di queste pause pomeridiane che i miei compagni di classe (eravamo in III media) scoprirono un ‘tesoro’ nascosto dietro un muretto, dalla parte destinata ai seminaristi, e dunque per noi off-limits.
Si trattava di alcuni giornaletti porno, ben mantenuti dentro ad un sacchetto di plastica, probabilmente per proteggerli e nasconderli alla vista.
Per noi fu una scoperta sensazionale, per vedere di persona contenuti sui quali tanto avevamo immaginato.

L’avreste mai detto che i giovani seminaristi fossero così interessati a questo argomento?


Postal Market, pagine dell’intimo.
Qui iniziava la scoperta del corpo femminile

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Complicità

In amore, ho sempre avuto l’impressione che le femminucce siano molto più battagliere rispetto ai maschietti.

Se a due ragazze/donne dovesse piacere lo stesso uomo… fulmini e saette! Anche se le due sono “amiche” non c’è nulla da fare: scoppia una vera guerra, piena di colpi bassi, una lotta senza quartiere dove l’amicizia viene messa davvero a dura prova.

Forse tra maschietti subentra invece una maggiore complicità.
Se una tipa piace ad entrambi, entrano in gioco alcuni parametri (“stavolta tocca a te”, “avevi detto che preferisci le more e io le bionde”, “tu sei uscito fino alla settimana scorsa con Lucia io vado in bianco da mesi”), per cui uno lascia campo all’altro, almeno all’inizio.
Non dico che ci si aiuti, ma poco ci manca, e comunque raramente ci si ostacola.
Poi, se lei non se lo fila, tocca all’altro.
Se anche il secondo non ottiene nulla, è evidente che lei è una grandissima stronza.
E forse neppure così carina.

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Saturday Pop. Madonna: “Frozen”

Per “attaccare bottone” con le ragazze uno dei miei cavalli di battaglia è sempre stata la musica.
Patrizia la conoscevo già da alcuni anni, entrambi avevamo avuto alcune “storie” sentimentali importanti alla spalle, ed entrambi eravamo – diciamo così – ancora in cerca della vera anima gemella.
Fu lei che cominciò il discorso chiedendomi cosa pensassi di “Frozen”, nuovo singolo di Madonna. Iniziammo a parlare.
Non so se fu merito di questo brano, fatto sta che ora siamo sposati da 17 anni.

Frozen venne acclamato dalla critica musicale come un vero capolavoro, frutto della collaborazione di Madonna con i grandi Patrick Leonard, William Orbit e Craig Armstrong, una ballata elettronica con venature dance, ed anche il video ed il look di Madonna nel video stesso contribuirono al successo.
Primo posto in UK ed in mezza Europa Italia compresa, 2° posto negli USA, oltre 2,5 milioni di copie vendute nel mondo.
Bello il CD singolo ed i remix in esso contenuti, per una canzone che occupa un posto particolare nel mio cuore.

Madonna
Frozen
CD singolo
Anno 1998
Etichetta: Maverick
Codice: W0433CD

1 Frozen (Album Version)
2 Frozen (Stereo MC’s Mix)
3 Frozen (Meltdown Mix – Long Version)
4 Frozen (Extended Club Mix)
5 Frozen (Widescreen Mix)

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“Press play on tape”

“Press play on tape”
5 minuti di attesa
“? Load Error”

Solo chi ha vissuto l’epoca dei Commodore 64 con i giochi in cassetta può capire lo stato di scoramento e giustificare le migliaia di parolacce proferite in certe occasioni.

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Una piccola preghiera

Canterai per gli angeli, come è giusto che sia

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Louise Veronica, 60

L’esplosione mediatica di Madonna fu eccezionale.
Tutti parlavano di lei, ogni giornale ne pubblicava foto e pettegolezzi, i suoi video musicali erano visibili ovunque, e la sorta di omonimia con la Vergine ne faceva oggetto di attenzioni anche oltre l’ambito musicale e scenico.
Divenne presto un sex-symbol per tutti i miei coetanei sparsi per il mondo, a me piaceva ma non in modo esagerato.
Ho tuttavia sempre – o quasi – apprezzato i suoi brani musicali, perché è pur vero che la sua voce non è nulla di speciale, ma è giusto dire che lei è sempre stata attorniata dai migliori musicisti, compositori, produttori e remixers del momento. Le sue canzoni hanno sempre spaziato dalle ballate alla dance, a volte un po’ furbescamente. Ma il successo se l’è sempre meritato, e i livelli di vendite discografiche, ed i premi ottenuti in tanti anni di carriera, testimoniano la sua grandezza come cantante.

Non mi è tuttavia mai piaciuto il suo desiderio di dare “scandalo” sempre e comunque. La fase di “Sex”, l’album “Erotica”, e la sua mimica sul palco mi hanno davvero sempre dato fastidio, non perché la desiderassi “acqua e sapone”, ma perché ho sempre pensato che se uno è bravo non ha bisogno di scatenare interessi pruriginosi nel pubblico.
Ma le ho sempre perdonato tutto nel momento in cui inserivo un suo CD nel lettore, o un suo disco sul giradischi, perché di canzoni belle (e di remix che le accompagnano) ne ha composte a decine.

Oggi Madonna, sex-symbol un po’ superato, compie 60 anni.
Un po’ mi spaventa questa cosa.
Madonna ha “già” 60 anni, segno che nessuno di noi resta giovane in eterno.
A me sta simpatica, un po’ come una amica che a volte si fa prendere da strani impulsi e va tenuta a freno.
E amo i suoi dischi – ne ho a decine – che mi fanno compagnia e che talvolta hanno segnato momenti particolari della “mia” vita, come quando attaccai bottone con Patrizia (che sarebbe diventata MDM “Mia Dolce Metà”) parlando del brano Frozen.

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Ricordi di scuola. Il “Teorema di Carnot” e l’interrogazione

Al liceo scientifico il professore di Matematica e di Fisica era lo stesso.
Caso tra gli unici al mondo, io in Matematica andavo benissimo, ma in Fisica ero una vera e propria schiappa.
Il professore se ne meravigliava, e più volte mi disse che secondo lui il problema era che non studiavo Fisica.
Ma non era vero. Io non la capivo.

Il Teorema di Carnot era quanto di più complesso io avessi dovuto studiare. Durante le spiegazioni ero rimasto attento più possibile, per poi a casa dovermi arrendere di fronte a formule che non capivo affatto.
Quando la lezione successiva il prof chiamò il mio nome per essere interrogato non seppi cosa fare.
Esco e faccio una figura di cacca? O mi rifiuto di uscire e mi prendo un “impreparato”, che dovrò recuperare la volta successiva?
Non me la sentii di uscire: ero convinto di non sapere nulla su Carnot, e rimasi al posto beccandomi una sgridata dal prof ed un inevitabile “impreparato” sul registro.
Il prof chiamò dunque Lorenzo, il quale uscì alla lavagna maledicendomi, perché se io fossi uscito lui non sarebbe stato interrogato.
Lorenzo si bloccò quasi subito, Carnot era ostico anche per lui.
Allora il prof, per dargli un’imbeccata, disegnò un grafico alla lavagna chiedendo a Lorenzo di descriverlo.
Lorenzo non ci riuscì.
Allora il prof si rivolse alla classe: “Nessuno di voi sa spiegarmi questo grafico”?
Tutti zitti, sguardi bassi ed assenti.
Ma io la lezione precedente ero stato attento, e probabilmente avevo sottovalutato le mie conoscenze sulla materia. Il grafico avrei saputo spiegarlo ma – diamine – avevo appena detto di essere impreparato!

Cosa fare? Cosa non fare?
Il prof percepisce qualcosa dal mio sguardo e mi chiede: “Andrea, non è per caso che ti ricordi qualcosa?”.
Improvvisamente ricordai tutto, a memoria. Avessi dovuto capire NON avrei capito, ma in questo caso andavo a memoria, e seppi spiegare il grafico con precisione, rispondendo pure ad un paio di domande.

Presi un voto più che sufficiente, un 6,5 se non ricordo male, ma il vero problema fu il mio rapporto con Lorenzo.
Il mio iniziale rifiuto ad uscire comportò la sua chiamata ed il conseguente voto negativo che lui prese, mentre se invece fossi uscito subito io avrei fatto bella figura, mentre lui avrebbe evitato l’insufficienza.

Non bastò chiedere scusa, lui rimase arrabbiato con me a lungo, e lo posso capire.
Poi facemmo pace.

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L’Azienda chiude ma io lavoro

L’Azienda dove lavoro chiude per due settimane, ma io mi ritrovo in ufficio davanti al PC con parecchie incombenze.
Lavorare nei giorni di chiusura fa un po’ girare gli zebedei: ti immagini tutti in vacanza o in ferie, te li vedi supini al sole, oppure mentre sfogliano la Gazzetta dello Sport, mentre bevono un drink o pronti a sbirciare le tipe o i tipi in spiaggia, senza pensieri se non quelli legati a pranzo e cena.
Ma, dico la verità, in ufficio non si sta per nulla male: il telefono è muto, internet è una scheggia, nessun collega (o quasi) che mi interrompa con le solite snervanti richieste, mi sono portato da casa alcuni CD creandomi un sottofondo che mi rilassa e mi aiuta nella concentrazione.
Ma non pensiate che sia venuto al lavoro per oziare: ho da eseguire tutta una serie di elaborazioni dati che solo in periodi come questi possono essere eseguite, ed il fatto di non avere interruzioni mi è di immenso aiuto. In questi giorni la mia produttività è altissima, mi sono dato alcune scadenze intermedie che non devo disattendere per poter rispettare i tempi di elaborazione, e mentre controllo numeri e dati dico a me stesso che se tutto l’anno fosse così sarei certamente meno stressato.

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Il comico che invecchia

L’invecchiamento dell’attore comico è molto delicato, rari i casi in cui lo puoi vedere invecchiare ma rimanere “giovane” e frizzante nelle battute.
Gli attori comici rischiano di fare il verso a loro stessi, di autocelebrarsi, fingono gioventù diventando involontariamente grotteschi.
E così invecchiano portando con loro stessi un repertorio altrettanto vecchio, che non fa più ridere, e lasciano lo spettatore con una sensazione di deja vù che sa di polvere da soffiare via.

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