La vacanza

[modalità cinica = ON]

Molte persone non vanno in vacanza per andare in vacanza.
Esse vanno in vacanza per far sapere agli altri che sono andate in vacanza.
Quindi, che bello è andare in vacanza, godersi le Dolomiti, ammirare i paesaggi, vedere la Torre Eiffel o il Big Ben se non posso farmi i selfie e farlo sapere a tutti?

[modalità cinica = OFF]

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Saturday Pop. Rammstein: “Mein Teil”

Armin Meiwes, tedesco di 40 anni, nel 2001 pubblicò in internet un annuncio nel quale cercava un volontario che accettasse di farsi evirare, ammazzare e cannibalizzare.
Da non crederci: ricevette risposta. Un certo Bernd Jürgen Brandes, anch’egli tedesco, accettò l’orrenda proposta.

Dopo essere stato stordito con droga e alcool, Meiwes gli tagliò il peppiniello e lo cucinò al tegamino con aglio sale e pepe, e poi lo mangiarono insieme prima che Brandes si dissanguasse.
Poi Meiwes lo uccise, ne macellò il corpo, lo mise in freezer, e se lo mangiò piano piano nelle settimane successive.
Il delitto e l’atto di cannibalismo non vennero scoperti immediatamente.

L’anno successivo, siamo nel 2002, Meiwes pubblicò un secondo annuncio simile al primo, ma questo annuncio venne letto da un ragazzo austriaco che denunciò il tutto alla polizia.
La casa di Meiwes venne perquisita, vennero trovati i resti ancora non mangiati della prima vittima, e lo stesso Meiwes venne arrestato.
Condannato per “suicidio assistito” (la vittima era consenziente) venne condannato ad 8 anni di carcere, poi commutati in ergastolo nel processo di appello per “omicidio volontario”.

Dopo aver declamato il buon sapore della carne umana, Meiwes in carcere espresse rammarico per il suo comportamento, divenendo addirittura vegetariano.

Alla sua vicenda è dedicata la canzone “Mein Teil” (“Mia Parte”), scritta ed interpretata dal gruppo tedesco dei Rammstein.
Sia il testo che il video non sono adatti a stomaci deboli.

“Suche gut gebauten Achtzehn bis Dreißigjährigen zum Schlachten”

“Cerco ragazzo ben fatto tra i 18 e i 30 anni per essere macellato”

La crudezza del video – a voi la scelta se vederlo o meno – portò MTV alla decisione di trasmetterlo solo dopo le ore 23:00.

“Du bist was du isst”

“Tu sei ciò che mangi”

Rammstein
Mein Teil
Formato: CD singolo
Anno: 2004
Etichetta: Universal
Numero di catalogo: 986 697-8

1 Mein Teil
2 Mein Teil (You Are What You Eat Edit)
3 Mein Teil (The Return To New York Buffet Mix)
4 Mein Teil (There Are No Guitars On This Mix)

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L’incredibile caso dello “Scellino Somalo”

La guerra civile in Somalia inizia nel 1986 come rivolta contro il regime del Generale Siad Barre, dittatore somalo dal 1969.
Nel 1991, finalmente destituito Barre, ha inizio un periodo di larga instabilità (che dura ancora oggi) con la nascita di fazioni, governi di transizione, e una guerra civile senza tregua.
Caduto il Generale Barre, chiude anche la Banca di Somalia, e a causa della immensa inflazione le banconote circolanti sono da considerarsi solo carta straccia. Una banconota da 1000 (mille) Scellini era scambiata per 4 centesimi di Dollaro Statunitense, in pratica il suo costo di produzione.

Iniziarono tuttavia a circolare ed (incredibilmente!) ad essere accettate alcune banconote non istituzionali, stampate da regioni autoproclamate (il caso dello “Scellino del Somaliland”) o da Enti non statali (il caso dello “Scellino Na” o del “Balweyn I” o del “Balweyn II”).
Addirittura iniziarono ad essere stampati “Scellini Somali” falsi (vista la chiusura della zecca di Stato nel 1991), come questo qui sotto riprodotto, avente data 1996:

Le varie fazioni in guerra civile tra loro immisero nel “mercato” somalo, tra il 1996 ed il 2003, non meno di 600 miliardi di Scellini non ufficiali.
La immissione di denaro nel mercato ha ulteriormente dato una accelerata alla già elevata inflazione, al punto che il “signoraggio” (guadagno tra costo di produzione della banconota e suo potere d’acquisto) ha iniziato a ridursi notevolmente, rendendo verso il 2003 del tutto inutile la stampa di ulteriori banconote, dato che il loro potere d’acquisto era quasi nullo.
La popolazione si trovò invasa da banconote, di valore paragonabile a quello della carta da macero.


Cambiavalute ad Hargeisa, Somaliland

La cosa incredibile è che proprio nel 1991, poco prima della sua chiusura, la Banca di Somalia aveva messo in circolazione numerose banconote del “Nuovo Scellino Somalo”, da scambiare 1:100 con il “vecchio” Scellino (in pratica 1 Nuovo Scellino avrebbe dovuto valere 100 vecchi Scellini).
Tuttavia, a causa dell’inizio della guerra civile e della mancata accettazione di queste banconote “statali” da parte di alcune fazioni, il loro valore si deprezzò istantaneamente, al punto che il tasso di cambio con il vecchio Scellino, invece di essere 1:100 divenne presto 3:1 (cioè 3 Nuovi Scellini in cambio di 1 vecchio Scellino).


“Nuovo” Scellino somalo

Ancora oggi in Somalia non esiste una Banca Centrale che abbia autorità monetaria nazionale, e la popolazione (sempre divisa in fazioni e perennemente in guerra) usa in pratica solo le banconote circolanti che trova a disposizione, siano essi “vecchi” Scellini, oppure “nuovi”, o banconote più o meno regolari stampate da Enti non governativi.

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Via Anelli

Esistono 2 Luigi Anelli degni di essere ricordati.
Il primo (1813-1890) è stato storico e politico.
Il secondo (1860-1944) è stato invece letterato ed artista.
Non so a quale dei due sia stata intitolata l’omonima via padovana, a soli 200 metri da dove lavoro.
E’ tuttavia una via che conosco molto bene per averla attraversata centinaia di volte, ma che è diventata tristemente nota alle cronache per motivi di cui non andare molto fieri.

Lungo tale via, negli anni ’80, vennero costruiti alcuni mega condomini con l’intenzione che fungessero da appoggio per le migliaia di studenti universitari italiani e stranieri ‘fuori-sede’ che vengono a studiare presso la prestigiosa università patavina.
Negli anni la popolazione di residenti ad affittuari in questo complesso di edifici (denominato “Complesso Serenissima”) è diventata sempre più ad appannaggio di stranieri, tant’è che alla fine degli anni ’90 di italiano non ve n’era più nessuno. Ed anzi, ben pochi erano pure gli studenti universitari che ci abitavano.
Il complesso residenziale lentamente passò verso uno stato di completo degrado, diventando di fatto una zona franca dove ad agire erano solo spacciatori e prostitute di origine africana.

Difficile portare la legalità in un ambiente simile.
Più volte le forze dell’ordine hanno tentato di ripristinare la legalità nella zona, ma le loro azioni sono sempre state vane, dando anzi vita a vere e proprie situazioni di guerriglia urbana.

A soffrire maggiormente sono stati gli abitanti delle vie limitrofe, ma anche gli esercizi commerciali della zona hanno dovuto arrendersi di fronte ad una realtà completamente sfuggita di mano.
Via Anelli era di fatto il “Bronx” di Padova, e nessuno poteva o riusciva a far nulla per evitarlo.
Anzi.
Si pensò che, fintanto spaccio e prostituzione rimanevano confinati a Via Anelli, il problema non fosse di Padova, ma solo di una strada.
E di fatto ci si arrese.
In Via Anelli aprì pure una moschea.

Ad un certo punto alla amministrazione comunale venne un’idea: sostituire le recinzioni (ormai abbattute) dei condomini, con una barriera alta 3 metri lungo tutto il perimetro del “Complesso Serenissima”, in modo da poter controllare meglio la situazione attraverso l’unico varco d’entrata a disposizione dei residenti.
Benché la barriera fosse fatta con dei pannelli di lamiera, e non con mattoni, essa venne comunque battezzata come “il muro di Via Anelli”.
Se ne parlò anche nei telegiornali nazionali.

“Il muro di Via Anelli” venne aspramente criticato, perché non solo la sua erezione poteva apparire come un atto di intolleranza e discriminazione, ma anche perché di fatto creava un vero e proprio ghetto a due passi dal centro della città.
Io, che ci passavo spesso davanti, avevo una strana sensazione a vederlo.
“Ma possibile” mi chiedevo “che l’unica soluzione alla illegalità sia la creazione di un muro?”.

A decidere le sorti di Via Anelli furono due motivi:
– la necessità di bonificare i condomini, la cui carenza di igiene ed il livello di sporcizia avevano raggiunto livelli preoccupanti
– l’ennesimo atto di guerriglia urbana durata tutta una notte contro le forze di polizia, piantonate 24 ore su 24 lungo il perimetro del “muro”

Si usò il pugno duro. Durissimo.
Ogni appartemento (in tutto 288) venne sgomberato a forza.
A chi ne avesse il diritto (praticamente nessuno) venne trovata una nuova sistemazione.
Divieto ai legittimi proprietari di accedere all’intero “Complesso Serenissima”.
Murate le entrate principali dei condomini.
Sbarrate le finestre di ogni appartamento.
Chiusa la moschea.

Alla fine venne abbattuto anche il muro, però rimaneva aperta la questione: ora che si fa?

E’ stato deciso di abbattere tutti e 5 i condomini, previo risarcimento (invero molto basso, si parla di circa 15mila Euro per appartamento) ai legittimi proprietari. Di fatto un esproprio forzato.

La zona ora verrà completamente riqualificata.
Tra pochi anni sorgerà, al posto del “Complesso Serenissima”, la nuova sede della Questura di Padova.
Attorno sorgeranno parcheggi, un’area verde ed alcuni bar.
I lavori di demolizione sono appena iniziati.

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Ricordi di scuola: la prof di Lettere e Topolino

In 3° media arrivò una professoressa di Lettere nuova, che sostituiva il prof che ci aveva insegnato Italiano, Storia e Geografia in prima ed in seconda.
Mentre con il vecchio prof mi trovavo bene ed avevo voti buoni, con la nuova prof non entrai in sintonia ed i voti calarono drasticamente.
Non tanto in geografia, ancora oggi una mia passione, quanto in Storia e in Italiano.
I temi erano il mio punto debole, la prof insisteva a dire che io scrivevo male e che dovevo smetterla con la lettura dei fumetti (a quel tempo leggevo Topolino) e dedicarmi a letture a suo dire più serie, romanzi e narrativa.
Io in effetti a quell’età i libri non li leggevo, se non quelli obbligatori come compito, ed in tutta sincerità a me Topolino piaceva e non capivo cosa ci fosse di male nel leggere un fumetto. Certo, nei fumetti i personaggi si esprimono solo in forma diretta, però questo non dovrebbe essere nocivo per il lettore, no? E poi ero solo un ragazzino di 13 anni, perché negarmi una lettura di svago?
Fatto sta che al termine dell’incontro genitori/insegnanti, la prof mi dice di aver detto anche a mia madre di non comperarmi più Topolino.
“Brutta stronza” penso io “sai che faccio? Me lo compero io di nascosto con la mia mancetta settimanale!”

Il giorno dopo, uscito da scuola, mi reco alla edicola che si trova di fianco alla fermata dell’autobus, mentre attendo l’arrivo del “24”.
700 Lire, compero il nuovo numero di Topolino appena uscito.
Ammiro la copertina, mi giro e chi mi trovo davanti? La prof!!!
Cavolo, mai l’avevo trovata alla fermata, proprio quel giorno? Proprio in quel momento?
“Andrea, ma cosa ti avevo detto?” mi dice lei bonariamente.
“Signora professoressa, questo Topolino non è per me, è per mio fratello” risposi io.
Bugia cui lei sicuramente non credette.

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Rappresentante di classe

Ho sempre ritenuto che fare il rappresentante di classe dei genitori, per i propri figli studenti, fosse una enorme rottura di zebedei.
Mai e poi mai mi sarei fatto carico delle lamentele dei genitori riguardo la scuola, i docenti o i presunti comportamenti sbagliati degli altri ragazzi e mai avrei pensato di dedicare il mio tempo a riunioni, incontri, raccolte firme, raccolta soldi, raccolta lamentele…

Quante ne ho sentite in questi anni!
Delle continue rimostranze portate avanti dai genitori in tutti questi anni, solo il 5% era realmente frutto di reali problemi su cui intervenire.
Tutto il resto: chiacchiere.
Per lo stesso motivo ho sempre evitato gruppi di WhatsApp, riunioni carbonare, raccolte firme pro/contro qualcosa o qualcuno.
Non per non espormi, e neppure per vigliaccheria.
Ho dato il mio solerte contributo, per esempio, quando per qualche cavillo si voleva escludere dalla classe un ragazzo residente in un altro Comune, e pure quando emerse il rischio che venisse tolto l’insegnante di sostegno ad altri ragazzi che ne avevano bisogno.
Questi erano, a mio parere, argomenti degni di essere appoggiati.
La lamentela verso docenti intransigenti, verso i “troppi compiti”, verso l’aumento di 10 centesimi del costo della mensa e mille altre futili questioni, non ha mai trovato in me terreno fertile.

Non sono tuttavia mai mancato alle riunioni, neppure a quelle di inizio anno in cui vengono eletti i rappresentanti dei genitori, ma sono sempre riuscito a “scamparla” dalla possibile nomina. Essendo uno dei pochi “papà” presenti (spesso l’unico), mi sono sempre trovato circondato da mamme agguerrite le quali avrebbero ben visto un “maschietto” come loro rappresentante, ma per fortuna sono sempre riuscito a respingere ogni coinvolgimento.

Fino a sabato scorso.

Mio figlio ha iniziato la 4° superiore, abbiamo fatto il consueto incontro tra genitori, ma una delle 2 rappresentanti è stata irremovibile a volersi togliere, e dunque serviva un “volontario” per la nomina a “rappresentante di classe dei genitori”.
E, incredibilmente, ho alzato io la mano.
Sorrisi e sospiri da parte degli altri genitori: stavolta tocca a me.

Si parte con la relazione dell’incontro con il rappresentante dei professori (il quale ci ha illustrato il nuovo regolamento scolastico, parlato della “alternanza scuola/lavoro” e prospettato le novità di quest’anno), con la raccolta (tramite i ragazzi) degli indirizzi email dei genitori, e con la gestione (orrore!!!) del gruppo WhatsApp de “I genitori della 4° M”. A breve la prima riunione serale con i docenti per il “Consiglio di classe”.
Ma ho alzato la mano. Sono volontario. E non posso lamentarmi.

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Gli 11 passi del pirata Störtebeker

Verità o leggenda?

Klaus Störtebeker nasce in Germania nel 1360, ed inizia la carriera di pirata tra i Vitalienbrüder, compagnia finanziata da nobili tedeschi che ambivano alla conquista del Regno di Svezia. Per questo motivo essi infestavano il Mare del Nord ed il Mar Baltico per contrastare i Danesi, i quali da anni assediavano Stoccolma con lo stesso intento di conquista.
Col tempo l’attività di pirateria si estese anche contro le navi mercantili non danesi, ed i pirati di Störtebeker assunsero il nome di “Likedeelers”, termine che significa più o meno “coloro che condividono in parti uguali”, dato che si diceva dividessero i bottini con i poveri che vivevano lungo le coste.

Difficile separare verità e leggenda nella vita di Klaus Störtebeker.
Neppure il cognome si sa se fosse reale oppure no, perché il suo significato è “colui che beve tutto in un sorso”, e caso vuole che il nostro pirata fosse noto per riuscire a bere un boccale di birra da 4 litri senza prendere fiato.
Nel 1401 Störtebeker ed i suoi 73 pirati vennero catturati da una nave di Amburgo e furono tutti condannati a morte per decapitazione.
Per avere salva la vita Störtebeker offrì alla città di Amburgo una catena d’oro massiccio lunga quanto le mura della città, ma l’offerta venne rifiutata.
Allora Störtebeker chiese che venisse risparmiata la vita ad un numero di uomini pari al numero di passi che il suo corpo avrebbe compiuto dopo essere stato decapitato. Richiesta accolta.
Incredibile a dirsi, dopo la decapitazione il corpo di Klaus Störtebeker riuscì a compiere ben 11 passi, prima che venisse sgambettato facendolo cadere.
Nonostante la parola data, nessuno dei 73 pirati venne risparmiato dal boia, che li decapitò tutti.

Alla fine delle decapitazioni i giudici chiesero al boia se fosse stanco, ma lui rispose che non lo era affatto e che avrebbe potuto decapitare anche loro senza problemi.
I giudici, che erano privi di ironia, non la presero bene ed ordinarono che venisse giustiziato anche il boia.

Il mitico boccale di birra da 4 litri venne ritrovato dentro la nave di Störtebeker, e venne custodito nel municipio di Amburgo fino al 1842, quando un incendio distrusse tutto.
Nel museo di Amburgo, tuttavia, è ancora oggi conservato un teschio con un chiodo conficcato, che si ritiene fosse proprio appartenuto a Störtebeker.


Antica xilografia che ritrae l’esecuzione del pirata Störtebeker


Ricostruzione del volto del pirata Störtebeker

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Gli ultimi

Gli ultimi saranno sempre gli ultimi.
Poco da fare, questa è la realtà.
Almeno finché rimarranno su questa terra.

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Saturday Pop. Snap! feat. Turbo B e Penny Ford: “The Power”

Una canzone emblema di un’epoca, che ha saputo coniugare la musica house non solo con l’hip-hop, ma anche con le sonorità dance che a quel tempo facevano ballare in discoteca i giovani di tutto il mondo.
“The Power” divenne capostipite di un modo di fare musica molto in voga ancora oggi, ovvero la presenza di una voce femminile che “canta” le parti “vocali” del brano, ed una voce maschile che si inserisce per le parti rap / hip-hop. A quel tempo, siamo nel 1990, tutto ciò rappresentava una novità assoluta, e gli Snap! si proposero con le voci di Penny Ford e di Turbo B.

Ma… chi erano gli Snap!?

All’inizio si pensò che il gruppo fosse formato dai due cantanti che apparivano nei video o dal vivo, ma in realtà Penny Ford e Turbo B erano solo i “cantanti”, dato che gli Snap! erano in realtà un duo di produttori (Michael Münzing e Luca Anzilotti, che a loro volta utilizzavano gli pseudonimi Benito Benites e John “Virgo” Garrett III) che componevano i brani ma poi rimanevano dietro le quinte. In effetti nei dischi successivi i “cantanti”
cambiarono più volte, ed a Penny Ford e Turbo B si alternarono Jackie Harris e Thea Austin.

“The Power” ebbe un successo clamoroso sia a livello di vendite (1° posto in UK, negli USA e in molte altre Nazioni), ma anche a livello di critica dato che le novità musicali introdotte sembravano davvero aprire nuovi scenari, così come in effetti accadde.
Ritmo semplice vagamente ipnotico, qualche campionamento qua e là, un pizzico di hip-hop e “I’ve got the power!” vero marchio di fabbrica di una canzone ancora oggi molto popolare.

Snap! feat. Turbo B e Penny Ford
The Power
Formato: 12″
Anno: 1990
Etichetta: Arista
Numero di catalogo: 613 133

A1 The Power (Maxi)
A2 The Power (Single Version)
B The Power (Dub)

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Il premio di produzione

Fino ad alcuni anni fa in questo periodo arrivava a tutti i dipendenti dell’Azienda dove lavoro il fatidico “premio di produzione”.
Esso andava a ricompensare un periodo di lavoro molto intenso, quello delle “Denunce dei Redditi”, che coinvolgeva in modo impegnativo la maggior parte dei dipendenti. Chi gestiva i programmi informatici, chi fissava gli appuntamenti, chi curava l’organizzazione, chi inseriva le scritture contabili, chi aveva un rapporto diretto con i Clienti.

Le “Denunce dei Redditi” rappresentavano non solo un periodo molto impegnativo, ma anche molto remunerativo per l’Azienda stessa, al punto che la Direzione aveva
stabilito di premiare tutti indistintamente ogni anno con un intero stipendio.
Non solo: veniva organizzata una cena conviviale, solitamente in posti molto caratteristici, e qui arrivava un ulteriore regalo di forma tangibile. Poteva trattarsi di un orologio (per lui e per lei), un oggetto in argento, o una busta con all’interno il buono per ritirare il regalo direttamente in negozio. Negli anni portammo a casa un cellulare, un impianto hi-fi, un elettrodomestico a scelta, un piccolo televisore.

L’Azienda si dimostrava prodiga anche in altre occasioni: al compimento di 10/20/25/30/40 anni in Azienda, il dipendente riceveva stipendio doppio.
Niente male, vero?

Con gli anni la maniche iniziarono a stringersi.
Dopo il periodo delle “Denunce dei Redditi”, il premio di produzione si ridusse al 70% dello stipendio, poi al 50%, poi venne abolito del tutto.
Alla cena i regali sono diventati sempre meno di valore (cravatte, cinture, foulard) al punto che fecero più bella figura a smettere di farli.
Anzi, è proprio stata abolita la cena, con buona pace di chi non ne vedeva l’ora.
Lo stipendio doppio per i Dipendenti “storici” venne mantenuto solo per i 25 anni, poi fu abolito del tutto.

Ad oggi rimane solo il panettone a Natale (nulla a Pasqua), che riceviamo con piacere, ma con la memoria che corre a quando eravamo “ricchi” ed i regali erano tutta un’altra cosa.


“Che figata, ci regalano una spilla!”

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