Io e i dischi da collezione. Post 3/5: Record Collector

Una ulteriore spinta alla mia verve collezionistica venne data da una rivista del settore, pubblicata in inglese.
La rivista in questione si chiama “Record Collector“, ed io la scoprii durante il periodo in cui mio fratello lavorava in un negozio di dischi molto ben fornito.
Record Collector era (ed è tuttora) una bibbia per i collezionisti di dischi, con approfondimenti e curiosità riguardanti il mondo discografico, e con le quotazioni dei dischi più ricercati dei vari cantanti e gruppi musicali.
Fu grazie a RC che scoprii tutto un mondo che non conoscevo: il mondo dei dischi rari, di quelli da collezione, dei promo, dei ‘test pressing’ (dischi stampati in pochissime copie per verificarne la bontà del suono e la qualità della incisione), delle copertine alternative.
Come Alice scoprii un mondo di Meraviglie, e dischi che il più delle volte erano reperibili solo all’estero (Inghilterra in particolare) ed a costi elevati.
Ma io non mi persi d’animo: avevo iniziato a lavorare, non avevo spese particolari, non avevo morosa… e iniziai a spendere anche più del dovuto.

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Io e i dischi da collezione. Post 2/5: folgorazione

Ma, al di là dei “Dead Or Alive”, una vera folgorazione la ebbi agli inizi del 1988, sempre all’interno di un negozio di dischi.
In entrata, tra i nuovi dischi esposti, capeggiava il 45 di “Heart” dei “Pet Shop Boys”.
Di questo 45 giri esistevano 2 copertine differenti: una con il solo tastierista Chris Lowe, una con il solo cantante Neil Tennant.
Una terza copertina, quella del 12″ / disco mix, li vedeva insieme.
In nessuna delle 3 copertine compariva il nome del gruppo (i “Pet Shop Boys”), ma solo il titolo della canzone.
Anzi, nel 12″ non c’era nemmeno il titolo della canzone, ma solo la scritta “Remix”.
Sublime.
Minimalismo puro.

Voi magari non ci potete credere, ma io praticamente mi commossi.

I “Pet Shop Boys” già mi piacevano, ma scoprire il loro gusto per la eleganza e la minimalità, per la cura delle copertine e per la perfezione del contenuto musicale, mi diede un impulso enorme.
“Heart” divenne il primo singolo dei PSB da me comperato, scoprendo in seguito come anche i dischi precedenti avessero uno stile unico ed inconfondibile. “La nostra musica è il nostro marchio di fabbrica” ebbero a dire in seguito “il nome del gruppo sulle copertine può anche non servire”.

Il loro singolo precedente (la cover di “Always On My Mind” di Elvis Presley), la presentarono con un doppio 12″ uno con caratteri minuscoli, uno con caratteri decisamente grandi.

Uno stile (musicale, artistico, estetico) che mi segnò decisamente, al punto che iniziai a collezionare anche tutti i dischi dei Pet Shop Boys, che avevano al tempo (e hanno tuttora) una verve musicale molto prolifica. Che ci crediate o no, dei soli Pet Shop Boys oggi a casa ho più di 1000 (mille!!!) dischi. 45 giri, dischi mix, cd singoli, dischi promozionali,
edizioni limitate, edizioni straniere, album, vinili colorati, collaborazioni…. Molti sono dischi anche costosi (che io ho comperato a prezzi ovviamente non da capogiro ma la cui quotazione è cresciuta negli anni) e particolari. Se un giorno dovessi essere in bolletta mi
basterebbe vendere tutto ad un collezionista per andare avanti per un bel po’ senza problemi.

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Io e i dischi da collezione. Post 1/5: inizio

Tutto iniziò nella primavera del 1987, frutto della casualità.
Il mio gruppo preferito di allora, i “Dead Or Alive”, sta per uscire con il suo secondo album dal titolo “Mad, Bad & Dangerous to Know”.
Io in negozio prenoto l’LP di importazione, ma per errore mi arriva invece il disco mix (il cosiddetto 12″ – dodici pollici) del singolo “Something In My House”. Il disco contiene alcuni remix mai sentiti prima, la copertina è molto particolare, il tutto mi fa un bell’effetto.
Scopro successivamente che dello stesso singolo ne esistono altre versioni (un 45 giri ‘normale’, un altro a tiratura limitata e un altro 12″) tutte con copertine diverse e con contenuti differenti. Inizio a spendere i miei soldi in dischi, devo dire con enorme soddisfazione.
Copertine, profumo di vinile, brani che mi piacevano, remix fantasiosi.
Il dado era tratto.

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Io e i remix. Post 4/4: declino

L’avvento degli MP3 ha secondo me rovinato lo scenario musicale internazionale dal punto di vista discografico.
Digitalizzare la musica ha di fatto spersonalizzato l’evento, rendendo il disco (CD o vinile) praticamente obsoleto o quasi. A risentirne è stata innanzitutto l’industria musicale (dato che la digitalizzazione ha reso possibile una facile pirateria musicale) ma anche tutto il contorno legato alla musica stessa.
Il calo drastico di produzione dei dischi mix, non più utilizzati quasi neppure dai DJ di professione, ha di fatto calato nella stessa percentuale il lavoro dei remixers.
I miei remixers preferiti – i Trouser Enthusiats – ormai sono usciti dal giro, così come molti tra i DJ che negli anni ’90 e ’00 erano delle vere celebrità nel loro mondo. Non ho più trovato remixers di cui innamorarmi, anche se alcuni remix di ottima fattura (ritrovabili
in qualche CD singolo o in qualche disco ormai raro e promozionale) vengono ancora prodotti.
Al momento mi piacciono Martin Eyerer, Stuart Price, Offer Nissim, Calvin Harris ma mi rendo conto che siano nomi del tutto ignoti al grande pubblico e figure ben lontane da quelle dei “Superstar DJ” di qualche anno fa.

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Io e i remix. Post 3/4: entusiasta

Comperando decine/centinaia di dischi (principalmente in vinile, poi anche su CD) ho sviluppato più o meno consapevolmente una graduatoria riguardo i miei ‘remixers’ preferiti, il cui stile mi piace più di altri.
Per lungo tempo ho amato Paul Oakenfold (vero genio dance con la sua casa di produzione ‘Perfecto’), poi mi è piaciuto Rollo (elettronico e maestro dei remix ‘epici’ spesso in coppia con la mitica Sister Bliss – entrambi fanno parte del gruppo ‘Faithless’), ad un certo punto sono impazzito per François Kevorkian, ma alla fine ho trovato il mio amore definitivo: i ‘Trouser Enthusiasts’.
Un duo di DJ che ha inventato uno stile nell’arte dei remix, brani della durata media di 10 minuti dove a fare da padrona è la musica trance che loro adottano per remixare, fino talvolta a stravolgere, il brano originale.
Brani di una bellezza unica, e titoli dei remix altrettanto accattivanti come quando si parla del mio remix preferito di tutti i tempi:
Autore: Pet Shop Boys
Titolo: Discoteca
Remix: Trouser Enthusiasts’ Adventures Beyond The Stellar Empire Mix
9 minuti e 30 secondi di pura estasi.

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Io e i remix. Post 2/4: ricerca

I remix mi consegnano le canzoni che mi piacciono come se si fossero rifatte il make-up: possono essere più belle, più interessanti, ma anche peggiorare. Va a gusti.
Scopro tuttavia che i miei gruppi musicali preferiti hanno una discografia di remix praticamente interminabile, ed altrettanto difficile da recuperare. Inizio a spendere praticamente tutti i miei soldi in dischi, lasciando solo le briciole per le rare pizzate con gli amici.
Il fatto è che divento amico di Joao, fenomenale spacciatore di dischi e di cultura musicale elevatissima, e con lui riesco a coltivare la mia passione non solo di ‘ricercatore di dischi’ ma di vero e proprio collezionista.
Depeche Mode, Pet Shop Boys, Dead Or Alive, Beloved… i remix si moltiplicano. A volte capita che per un singolo vengano prodotti ben 2 o 3 dischi mix (i cosiddetti 12″ – dodici pollici) con versioni sempre differenti (a volte un po’ ripetitive) del singolo in questione.
Poi accade, con la fine degli anni ’80, il fenomeno della “DJ culture”, cioè di quella moda – ancora perdurante anche se con meno clamore – che i remix inizino ad essere “griffati”, ossia firmati da vere e proprie celebrità dell’arte del remix.
Oakenfold, Rauhofer, Todd Terry, Tenaglia, Kevorkian, Rollo ed infiniti altri. Arrivo al punto da saper riconoscere chi ha remixato un brano semplicemente dallo stile adottato. C’è infatti il remixatore che punta su tastiere di un certo tipo, chi predilige uno stile da discoteca, chi rivoluziona la canzone al punto da renderla quasi irriconoscibile, chi ne amplifica i bassi, chi ci aggiunge chitarre, chi segue lo stile house, chi semplicemente me la fa piacere e basta.
E se a me una canzone piace, ne compero il disco. Tutto si può dire su di me, tranne che io sia uno che pirata la musica.

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Io e i remix. Post 1/4: inizi

Tutto ha inizio nel 1987.
Fan accanito dei Dead Or Alive, scopro che è in uscita il loro nuovo album intitolato “Mad, Bad And Dangerous To Know”, e io non intendo aspettare che si renda disponibile nei negozi; desidero assolutamente farmi arrivare dall’Inghilterra l’album per importazione, in modo da averlo tra le mani il prima possibile.
Vado a prenotarlo al mio solito negozio, mi dicono di passare il sabato successivo, ed io conto letteralmente le ore.
Arriva il fatidico giorno, ma il tipo mi dice che l’album non è arrivato, ma è arrivato invece un “disco mix” del nuovo singolo “Something In My House”. Prendere o lasciare?
Copertina in bianco e nero vagamente gotica, la canzone l’ho già sentita alla radio e mi piace. Lo prendo.
Il “disco mix”, detto anche 12″ (dodici pollici) ha le stesse dimensioni di un LP, ma al suo interno trovi solo un brano però in numerose varianti definite “remix”, perché hanno arrangiamenti diversi. I remix possono essere anche solo uno o due, fino al massimo di sette-otto.
I dischi mix vanno forte specialmente tra i DJ in discoteca, che li utilizzano per le loro performance serali. Tra i vari remix, infatti, c’è spesso la versione “dance” più ballabile, o quella “extended” con intro più lungo, o quella “club” con i bassi più accentuati.
Poi ci può essere la versione strumentale, o la dub (strumentale con spizzichi di cori), o la “cappella” solo voce.
Insomma, ce n’é per tutti i gusti.
Il mio primo disco mix lo ascolto con molta curiosità: c’è la versione extended, quella strumentale, quella ‘flamenco’, e quella ‘gotica’.
Ne rimango talmente estasiato al punto da riascoltare questo disco centinaia di volte, con i continui rimproveri di mia madre. A tutt’oggi “Something In My House” è la canzone che io ho ascoltato più volte in tutta la mia vita.
Inizio ad incuriosirmi maggiormente: tutti i singoli di successo di qualsiasi artista sono accompagnati da un disco mix?
La risposta è affermativa, ed anzi i dischi mix possono anche essere più d’uno.
Mi si apre davanti un mondo.

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Io e la musica. Post 4/4: maturità

Le correnti musicali, a livello di musica britannica ed elettronica, si sono negli anni e nei decenni modificate sensibilmente. Ma io sono rimasto fedele ai miei gusti ed ai miei gruppi preferiti che, per mia enorme fortuna, non mi hanno mai abbandonato. Tanto per dire, i Pet Shop Boys e i Depeche Mode sono attivissimi ancora oggi, con album e tour di enorme successo.
Ho passato la new wave, la brit, la house, la techno, che come mode più o meno limitate del tempo hanno comunque segnato un ben preciso momento storico nel percorso musicale inglese. Mi sono affezionato, diventandone fan, anche di altri gruppi musicali, come per esempio i Beloved, gli Oasis, i Faithless che per pura sfortuna hanno tutti cessato di essere attivi.
La mia fame da collezionista si è anche molto placata, anche perché la musica oggigiorno viaggia sempre di più digitalmente, ed i dischi sono quasi un corollario. E poi perché tengo famiglia, e non potrei più giustificare un acquisto di 200 Euro per un disco promozionale e rarissimo. Questione di priorità.

Mi sono accorto di essere più aperto mentalmente verso altri tipi di musica: mi sono riaperto a quella italiana, e compero o ascolto dischi perché semplicemente mi piacciono, non perché forzatamente legati al genere di musica pop-elettronico che prediligo.
Ben vengano dunque Gabbani ed Ed Sheeran, Sia ed LP, Lady Gaga e Tiziano Ferro.
La musica a casa mia è sempre benvenuta.

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Io e la musica. Post 3/4: golden age

Poi crebbi e cambiò tutto.
– Iniziai ad avere una paghetta settimanale, che io mettevo via per permettermi l’acquisto di qualche disco
– Mi venne regalato uno stereo, aprendo la strada agli LP, che trovavo più comodi rispetto alle cassette e con un suono migliore
– Nacquero “DeeJay Television” e Videomusic, che spalancarano la strada verso la musica britannica
– Si diffuse la musica elettronica grazie all’uso sempre più esteso di tastiere e sintetizzatori musicali

Già gli album “La Voce Del Padrone” e “Tango”, di cui ho parlato nel post precedente, furono per me rivoluzionari, dato che contenevano spunti del tutto anticonvenzionali dal punto di vista musicale. “Tango”, specialmente, conteneva un massiccio uso di strumentazione elettronica, e quel tipo di suono iniziò a piacermi sin da subito.

Ma la vera svolta avvenne con l’avvento dei gruppi e dei cantanti inglesi/americani che davvero cambiarono il volto della musica degli anni ’80: Duran Duran, Depeche Mode, Madonna, Michael Jackson, Pet Shop Boys, Dead Or Alive, New Order, Culture Club, A-ha (norvegesi), The Cure e moltissimi altri. In particolare l’album “Scoundrel Days” degli A-ha fu il primo album non in italiano che imparai completamente a memoria e che, in assenza dei miei genitori, cantavo a casa a squarciagola con lo stereo a palla.
Iniziai ad essere fan di alcuni gruppi musicali (Pet Shop Boys, Dead Or Alive e Depeche Mode in primis) e cominciai, senza accorgermene, a diventare un collezionista di dischi, che iniziavano a riempirmi la camera ed il soggiorno.

Furono anni per me di straordinaria vitalità: amici, ragazze, discoteca e tanta tanta musica.
Musica per gioire, musica per non stare solo, ma anche musica per scoprire me stesso. Con la crescita imparai a convivere con il mio animo malinconico e sensibile, e scoprii di riuscire a commuovermi (e mi accade ancora adesso) ascoltando vari tipi di musica, che per qualche strano motivo arrivavano a toccare le corde giuste del mio animo.
Io sono grato alla musica per avermi fatto divertire, ma ancora di più per avermi fatto commuovere.

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Io e la musica. Post 2/4: ragazzino

La richiesta a Babbo Natale di dischi continuò fino a che capii che mio padre faceva davvero difficoltà a reperire i dischi che chiedevo.
Io sentivo un brano per radio, oppure lo ascoltavo in televisione (Sanremo, ma anche Discoring), e se mi piaceva ‘sentivo’ di doverne avere il disco. Ovviamente dovevo attendere l’occasione giusta, che poteva essere il compleanno, oppure Natale o Epifania.
Le classifiche di Discoring per me erano una vera manna, perché mi permettevano di ascoltare le canzoni sia italiane che straniere che andavano per la maggiore. In quel periodo, ero pur sempre un ragazzino con le lentiggini e le orecchiette a sventola, i dischi che ascoltavo maggiormente erano di due tipi:
– sigle televisive
– canzoni famose

Nel primo gruppo troviamo i 45 giri di canzoni tipo “Isotta”, “La Tartaruga” o “Johnny Bassotto”, tra le altre “Video Killed The Radio Star”, “Enola Gay” o “Storie Di Tutti I Giorni”. Ma i dischi erano decine ogni anno, ed il mio mangiadischi lavorava a più non posso.

Ma nel frattempo arrivò anche il mangiacassette ed i primi 2 album che comperai furono “La Voce Del Padrone” di Battiato e “Tango” dei Matia Bazar. Due album modernissimi per l’epoca e ricchi di arrangiamenti elettronici. Il dado era tratto.

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